Perché l'Italia è ferma da trent'anni
Da trent'anni l'Italia cresce meno degli altri paesi europei. La causa non è la sfortuna né la congiuntura: è la produttività, ferma da due decenni.
L'Italia si trova in una stagnazione di lungo periodo che tocca ogni aspetto della vita economica: dai salari reali alla sostenibilità del debito pubblico, dalla capacità di attrarre investimenti esteri alla fuga delle giovani menti verso l'estero. Non si tratta di una congiuntura sfavorevole né di un singolo ciclo andato male, ma di trent'anni di crescita strutturalmente inferiore a quella dei paesi con cui ci confrontiamo e con cui, fino a qualche decennio fa, competevamo: Germania, Francia, o più recentemente Spagna. La narrazione pubblica e mediatica italiana tende a illudersi che ogni rimbalzo sia un cambio di passo, ma i numeri dell'ultimo trentennio restituiscono un'immagine diversa. Purtroppo peggiore.
Un paese fermo
Tra il 2000 e il 2025 il prodotto interno lordo pro capite italiano è cresciuto di dieci punti percentuali in termini reali, ossia depurando dall’effetto della crescita dei prezzi occorsa nello stesso periodo. Nella stessa finestra temporale la media dell'eurozona ha guadagnato invece quaranta punti, oltre il doppio. La forbice si è aperta gradualmente a metà degli anni Novanta, ha proseguito per tutti gli anni Duemila e ha accelerato dopo la crisi finanziaria del 2008.
Le fasi di espansione che si sono succedute non hanno mai prodotto una crescita autonoma e duratura. Si è trattato per lo più di rimbalzi successivi a crisi precedenti, la Grande Recessione del 2008-2009, la crisi dei debiti sovrani del 2011-2013, il rimbalzo post-Covid del 2021-2022, senza mai accumulare terreno rispetto alla traiettoria europea. Uno studio della Banca d'Italia del luglio 2025 mostra che senza gli effetti del Superbonus 110 sull'edilizia la crescita cumulata negli ultimi cinque anni sarebbe stata circa la metà di quella registrata. Il costo complessivo della misura è stimato in circa 130 miliardi di euro, risorse finanziate con il debito, senza che abbiano prodotto un cambiamento strutturale della capacità produttiva del paese. La Spagna, che nei primi anni Novanta aveva un PIL pro capite inferiore a quello italiano, ha realizzato in trent'anni una traiettoria di crescita marcatamente più sostenuta, riducendo il divario. Anche economie tradizionalmente percepite come stagnanti, come la Francia, hanno mantenuto un differenziale positivo rispetto all'Italia.
Come è potuto succedere?
Un’indicazione arriva dall'ultimo aggiornamento Istat riguardante la crescita: nel 2024 la produttività del lavoro italiana è scesa dell'1,9 per cento, il valore peggiore di tutta l'Unione, mentre in Spagna e Francia la produttività cresceva.
Da cosa dipende la crescita
La crescita economica si misura attraverso il Prodotto Interno Lordo, che registra il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un paese in un anno. La sua variazione, positiva o negativa, è il modo più usato per valutare la salute di un sistema economico.
La crescita del Pil può essere a sua volta scomposta in due: da un lato l'aumento della popolazione attiva e delle ore lavorate, ovvero quanto un'economia è in grado di lavorare nel suo insieme. Dall'altro l'aumento della produttività, ovvero quanto valore aggiunto produce ciascuna ora di lavoro. Una società che mantiene costante la produttività può crescere solo aggiungendo persone o ore. Una società che mantiene costante la popolazione attiva può crescere solo se aumenta la quantità prodotta da ciascuna ora.
Semplificando, possiamo crescere aumentando le ore lavorate e i lavoratori oppure diventando più bravi e producendo di più a parità di ore e persone.
Un'economia che cresce solo perché aumenta la popolazione però non si arricchisce davvero: produce di più perché siamo di più, ma ciascuno resta come prima. Per il prodotto interno lordo pro capite, ovvero per il reddito medio di ciascun cittadino che è ciò che determina davvero il tenore di vita, la prima componente sparisce. L'unica vera fonte di crescita del reddito pro capite di lungo periodo è quindi la produttività. Le ore lavorate per persona possono variare entro margini limitati e nel lungo periodo tendono a diminuire in tutte le economie sviluppate. Il resto deve farlo la produttività.
Robert Solow, Nobel per l’economia, arriva alla stessa conclusione per via diversa. Per Solow un paese può crescere accumulando capitale fisico, ovvero costruendo più fabbriche, comprando più macchinari, dotando ogni lavoratore di più strumenti, ma questa via andrà verso rendimenti decrescenti. La prima macchina aumenta molto la produzione di un operaio, la centesima molto poco. Oltre un certo punto allora l'unica fonte di crescita dell’output per addetto è il progresso tecnico, ovvero la capacità di produrre di più con la stessa quantità di lavoro e capitale grazie a tecnologie nuove, organizzazione del lavoro migliore e idee originali. Questa misura di progresso tecnico viene chiamata produttività totale dei fattori e cattura la capacità di innovare e migliorare.
Lo aveva sintetizzato Paul Krugman, altro premio Nobel per l'economia, nella formulazione più citata della letteratura sulla crescita: "La produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto. La capacità di un paese di migliorare il suo tenore di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare la produzione per lavoratore". Tutto il resto, dalla composizione settoriale alle politiche commerciali, può modificare la velocità con cui la produttività si traduce in reddito, ma non può sostituirsi a essa.
Per l'Italia il vincolo è particolarmente importante perché la popolazione in età lavorativa è in calo strutturale da circa un decennio e l'Istat prevede che continui a contrarsi nei prossimi vent'anni anche tenendo conto dei flussi migratori previsti. Significa che la prima componente della crescita, l'aumento del numero di lavoratori, ha smesso di funzionare. Tutto quello che vorremo ottenere in termini di reddito medio, salari reali, pensioni sostenibili, dovrà arrivare dalla seconda componente, a meno di grossi cambiamenti nelle politiche sui flussi migratori nazionali. Senza un aumento della produttività, in Italia non ci sarà crescita.
Il motore della produttività si è inceppato
Non è sempre stato così però. L'Italia ha avuto periodi storici in cui la sua produttività cresceva rapidamente. Negli anni Sessanta la produttività totale dei fattori italiana viaggiava al 4,8 per cento all'anno, allineata o superiore alle altre grandi economie europee, e contribuiva in modo decisivo al miracolo economico. Quel motore si è inceppato gradualmente nei due decenni successivi, è arrivato a zero negli anni Nuovanta, è diventato negativo negli anni Duemila e ha addirittura sottratto crescita al sistema economico per buona parte degli anni dal 2008 al 2013. Uno studio della Banca centrale europea pubblicato nel settembre 2021 identifica l'Italia come l'unico grande Paese dell'area euro ad aver registrato una produttività totale dei fattori in territorio negativo per due decenni consecutivi.
Anche la produttività del lavoro, che misura il valore aggiunto prodotto da un'ora lavorata, racconta la stessa storia. L'ultimo report Istat, pubblicato a dicembre 2025 e relativo al periodo 1995-2024, mostra che la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media dello 0,3 per cento all'anno per trent'anni, contro l'1,5 per cento della media dell'Unione europea, cinque volte tanto. Nel decennio più recente la distanza non si è chiusa. Tra il 2014 e il 2024 il dato italiano è rimasto fermo, mentre la Germania ha viaggiato allo 0,9 per cento annuo, la Spagna allo 0,5, la media UE all'1,1.
La fase post-pandemia non ha modificato la traiettoria di fondo, malgrado l'aumento delle ore lavorate complessive. Negli ultimi cinque anni l'Italia ha aumentato l'occupazione e le ore lavorate più di tutti i partner europei, ma il valore aggiunto prodotto da ciascuna ora è cresciuto solo dell'1,6 per cento in... cinque anni, contro il 3,8 per cento del quinquennio precedente, ed è perfino calato del 3,5 per cento cumulato tra il 2023 e il 2024. La produttività italiana del lavoro nel 2024 è pari al 68 per cento di quella tedesca e all'84 per cento della media dell'area euro. Detto altrimenti, un'ora di lavoro in Italia produce circa due terzi di quanto produce un'ora di lavoro in Germania. La differenza non sta nelle persone, ma nel sistema economico in cui quelle persone lavorano.
Il blocco italiano si inserisce nel quadro di un più ampio rallentamento economico economico europeo. Il rapporto sulla competitività europea pubblicato da Mario Draghi nel settembre 2024 ricostruisce nel dettaglio il divario fra Unione europea e Stati Uniti. Il PIL dell'Unione, misurato a parità di potere d'acquisto, era il 17 per cento più basso di quello americano nel 2002 ed è il 30 per cento più basso oggi. Il reddito disponibile reale pro capite è cresciuto quasi il doppio negli Stati Uniti rispetto all'Unione europea dal 2000 a oggi. La parte interessante del rapporto è la decomposizione di questo gap. Il 72 per cento del divario di reddito pro capite tra Stati Uniti e Unione europea è spiegato proprio dalla produttività, e solo il 28 per cento dalle ore lavorate. Gli europei lavorano in media meno degli americani, ma il problema vero non è quello: il problema è che ogni ora lavorata produce meno valore. Dentro l'Europa, l'Italia rappresenta il fanalino di coda della produttività.
Come si fa crescere la produttività
Tornare a crescere non è impossibile. E crescere significa, concretamente, che lavoratori e imprese hanno più risorse a disposizione, salari reali più alti, margini migliori, spazio per investire. La visione per cui l’Italia è un paese in cui la ricchezza è destinata a contrarsi progressivamente è falsa, dipende invece dalle scelte e dai costi che si è disposti a sopportare. Questa serie proverà a capire dove si è inceppato il meccanismo e cosa servirebbe per riavviarlo. Prima, però, occorre capire attraverso quali leve la produttività può crescere.
- L'intensità di capitale: l'aumento della dotazione di capitale per ciascun lavoratore, ovvero la quantità di macchinari, impianti, software e infrastrutture di cui ogni addetto può disporre. Un operaio con un trapano elettrico produce di più di un operaio con un cacciavite. Negli ultimi vent'anni la composizione del capitale è inoltre cambiata in modo radicale, accanto al capitale fisico tradizionale è diventato sempre più importante il capitale immateriale come software gestionali, banche dati, brevetti, marchi. L'accumulazione di capitale ha però un limite: oltre un certo punto, ogni unità aggiuntiva produce sempre meno.
- Ricerca e Sviluppo (R&S): l'investimento che genera nuove tecnologie e sposta in avanti la frontiera del possibile. Gli Stati Uniti spendono in ricerca e sviluppo il 2,8 per cento del PIL, l'Europa più sviluppata circa il 2,2 per cento, la parte orientale dell'Unione l'1,1 per cento. Il divario in ricerca si traduce quindi in divario di produttività. Il rapporto Draghi del 2024 ricorda che fra le prime cinquanta aziende tecnologiche al mondo solo quattro sono europee. Le idee generano inoltre forti esternalità positive su fornitori, clienti, imprese vicine, facendo evolvere l’intero comparto. In queste statistiche, l’Italia copre oggi sempre una posizione in coda all’UE.
- Capitale umano: ovvero le competenze della forza lavoro. Più anni di istruzione, più formazione continua sul lavoro, più competenze tecniche, significano maggiori abilità e quindi più valore aggiunto generato per ogni ora lavorata. Il capitale umano richiede investimenti pubblici e privati distribuiti su decenni e ampia scala. Quando un Paese non remunera adeguatamente le competenze, i lavoratori formati tendono a spostarsi verso le economie che le valorizzano meglio. In Italia il cosiddetto Brain Drain, cioè la fuga di persone formate e qualificate all’estero, è maggiore di economie vicine.
- Efficienza allocativa: l'efficienza con cui le risorse vengono allocate fra imprese, settori e territori. Un'economia sana deve permettere alle aziende migliori di crescere assorbendo lavoratori e capitali e a quelle peggiori di ridimensionarsi o uscire dal mercato ("distruzione creatrice" di Joseph Schumpeter). Un sistema che protegge le aziende esistenti dalla pressione della concorrenza paga il prezzo in produttività mancata. Le economie più dinamiche si distinguono per la coerenza fra queste politiche, per la rinuncia della protezione della rendita e una marcata apertura alla concorrenza. Anche in questo caso, l’Italia presenta una struttura di mercato scarsamente vocata alla concorrenza in molti settori chiave.
Nei prossimi episodi di CrescitaZero esamineremo ciascuno di questi quattro canali applicato al caso italiano: perché gli investimenti in capitale fisico e immateriale siano rimasti indietro, perché la spesa in ricerca e sviluppo sia tra le più basse d'Europa, perché il sistema educativo non riesca a trattenere i talenti che forma, e perché il tessuto produttivo italiano faccia fatica a riallocare le risorse verso le imprese più produttive.
La stagnazione italiana ha cause precise che hanno soluzioni precise.