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    <title>CrescitaZero</title>
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    <description>Perché in Italia la crescita si è fermata: produttività, salari e lavoro spiegati con i dati di Istat, Eurostat e OCSE. Progetto gratuito, grafici scaricabili.</description>
    <language>it</language>
    <lastBuildDate>Mon, 14 Sep 2026 12:00:00 +0200</lastBuildDate>
    <item>
      <title>Perché lo Stato finisce per rallentare la crescita</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/08-crescitazero.html</link>
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      <pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>In Italia metà del Pil passa dallo Stato. La crescita nasce dalla selezione tra imprese, ma chi governa ha interesse a proteggere chi c’è già e a bloccare la concorrenza</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong>In Italia metà del Pil passa dallo Stato. La crescita nasce dalla selezione tra imprese, ma chi governa ha interesse a proteggere chi c’è già e a bloccare la concorrenza</strong></p>
<p><em>Questo è l'ottavo approfondimento di</em> <a href="https://crescitazero.it/">CrescitaZero</a><em>, la serie di articoli scritti insieme a</em> <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/">Elia Bidut</a> <em>per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi</em> <a href="https://crescitazero.it/#articoli">gli altri articoli</a><em>.</em></p>
<p>Nel 2024 la spesa pubblica italiana è stata pari al <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/gov_10a_main/default/table">50,4 per cento</a> del Pil, contro il 49,1 della media dell’Unione europea. Metà del Pil passa dallo Stato, come accade in quasi tutta Europa, e attraverso tasse e trasferimenti è la politica a decidere dove va quella metà. Questo episodio spiega perché, in alcuni contesti, uno Stato così esteso finisce per rallentare la crescita, anche quando ogni sua singola decisione sembra ragionevole. La questione, come si vedrà, riguarda ciò che lo Stato fa più che la sua taglia. Ci sono Stati grandi che convivono con una crescita robusta e Stati che si ritirano senza che la crescita ne soffra; a fare la differenza è se la politica lascia lavorare la selezione oppure protegge chi c’è già.</p>
<p>Il punto di partenza è stato presentato nel <a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html">primo approfondimento</a> della serie: nel lungo periodo un paese cresce solo se cresce la sua produttività, ed è lì che l’Italia è ferma, con una produttività del lavoro salita dello 0,3 per cento all’anno per trent’anni, un quinto della media europea. La produttività inoltre cresce dal basso. Nasce da milioni di persone e imprese che cercano di innovare per migliorare i propri prodotti, servizi ed essere più competitivi e da un mercato che seleziona quelle giuste, spostando lavoro e capitale verso chi li usa meglio. La crescita prevede un meccanismo di eliminazione: se anche le idee, prodotti e imprese meno competitive venissero sempre protette, non ci potrebbe essere un premio per i migliori. Chi governa ha però tutto l’interesse a proteggere ciò che esiste già, perché chi esiste già vota e si fa sentire.</p>
<p>Quasi un terzo della spesa nazionale in Italia va in pensioni, un tema che merita un episodio a parte; qui ci occupiamo dello Stato che regola, sussidia, salva e promuove.</p>
<h2><strong>La crescita nasce dal basso</strong></h2>
<p>Nessuno sa in anticipo dove si nasconde la crescita. Le informazioni che servirebbero per deciderlo esistono solo frammentate in milioni di teste, fatte di dettagli locali che cambiano di continuo, come il ristoratore che conosce la sua clientela e inventa un nuovo piatto o l’ingegnere che migliora un macchinario per renderlo più efficiente dopo anni di esperienza. Un’economia di mercato mette insieme questi frammenti di informazione attraverso i prezzi, che funzionano da segnale e insieme da incentivo: quando un bene scarseggia il suo prezzo sale, chi lo consuma ne compra meno e chi lo produce ne offre di più, senza che nessuno debba ordinarlo. Se per il nuovo piatto serve un ingrediente molto costoso - come il caviale - sarà il prezzo della materia prima e il prezzo pagato dai clienti per il nuovo piatto a determinare se l’innovazione avrà successo. Se il piatto non vende, verrà rimosso dal menù. Se vende, il ristoratore ordinerà ai suoi fornitori più caviale, e la maggiore domanda di caviale darà ai fornitori un segnale per capire che quell’ingrediente ha più mercato. I prezzi veicolano immediatamente queste informazioni. A chi governa quella conoscenza arriva invece tardi, aggregata in statistiche e filtrata da chi ha interesse a presentarla in un certo modo. Questo argomento ha una data precisa, il 1945, quando Friedrich Hayek lo fissò in un <a href="https://oll.libertyfund.org/titles/hayek-the-use-of-knowledge-in-society-1945">articolo</a> sull’uso della conoscenza nella società diventato uno dei più citati della disciplina.</p>
<p>Il secondo ingrediente è la selezione. La produttività di un paese sale soprattutto quando lavoro e capitale si spostano dalle imprese che li usano male verso quelle che li usano bene, il che richiede che le prime possano contrarsi e chiudere mentre le seconde prosperare e crescere. È un processo costoso e a tratti doloroso, perché dietro ogni chiusura ci sono persone, ma è anche il modo in cui le risorse smettono di restare intrappolate negli usi sbagliati. Joseph Schumpeter lo battezzò distruzione creatrice, mentre Philippe Aghion e Peter Howitt, premiati con il <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2025/press-release/">Nobel</a> nel 2025, ne costruirono la formalizzazione moderna mostrando che l’uscita delle imprese meno produttive conta per la crescita quanto l’ingresso delle nuove.</p>
<p>L’Italia questa lezione l’ha vissuta prima di studiarla, perché il miracolo economico del dopoguerra fu l’opera di milioni di piccoli imprenditori che aprivano officine e cercavano clienti, mentre lo Stato garantiva infrastrutture e stabilità. Da qui viene anche il criterio per giudicare ogni intervento pubblico a favore dell’allocazione delle risorse: tiene aperto il processo di selezione oppure lo inibisce? Tutto ciò che facilita l’ingresso di nuovi concorrenti e l’uscita di chi non regge la competizione aiuta la crescita, tutto ciò che protegge le posizioni esistenti la frena.</p>
<h2><strong>Quanto conta la dimensione dello Stato per la crescita</strong></h2>
<p>Una <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1467-6419.2011.00697.x">rassegna</a> pubblicata nel 2011 sul Journal of Economic Surveys riordinò decenni di studi sul legame tra dimensione dello Stato e crescita, trovando che nei paesi ricchi un aumento della spesa pubblica di dieci punti di Pil si associa a una crescita annua più bassa tra mezzo punto e un punto percentuale. Gli stessi autori misero in guardia dal leggere il numero come una legge causale, perché i paesi crescono e spendono per ragioni intrecciate, oppure in base al ciclo economico. Nei paesi poveri la relazione si rovescia, perché dove mancano tribunali e strade ogni punto di Stato in più costruisce le fondamenta della crescita. La formulazione più bilanciata è quella del rendimento decrescente: in un paese dove metà del reddito passa già dallo Stato, l’ultimo punto di spesa rende poco e costa molto in distorsioni.</p>
<p>La stessa rassegna notò poi che i paesi ad alta tassazione con tassi di crescita dell’economia sostenuti, come quelli nordici, compensano il peso dello Stato sull’economia nazionalecon mercati tra i più liberi e concorrenziali del mondo per aprire un’impresa, assumere, licenziare e commerciare. A discriminare, più di quanto lo Stato preleva, è quanto lasci operare la selezione e come corregge i conti quando deve. Su questo secondo punto la ricerca più sistematica sta in <a href="https://www.rizzolilibri.it/libri/austerita/"><em>Austerità</em></a>, il libro in cui Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi ricostruirono circa 170 piani di risanamento in sedici paesi OCSE tra il 1981 e il 2014, trovando che una correzione dell’1 per cento del Pil fatta con le tasse riduce il Pil di circa 2 punti in modo duraturo, mentre la stessa correzione fatta con tagli di spesa costa al massimo mezzo punto e l’effetto svanisce entro due anni, perché le imprese vi leggono tasse future più basse e tornano a investire, contribuendo a riattivare la crescita. Gli autori avvertono che i loro numeri non dicono nulla sulla dimensione giusta dello Stato; dicono invece come si corregge una spesa eccessiva dello Stato, che è la domanda giusta. L’Italia e l’Irlanda lo hanno mostrato nello stesso quinquennio. Tra il 2010 e il 2014 l’Irlanda fece una correzione da 15 punti , quasi tutta di spesa, ed ebbe una recessione che gli autori definiscono lieve nonostante il crollo delle sue banche, mentre l’Italia ne fece una da 6 punti, per il 55 per cento di tasse, ed ebbe tre anni di recessione.</p>
<p>La Svezia è il caso che contiene tutte le lezioni, ricostruito in un lungo <a href="https://www.wsj.com/world/europe/the-worlds-most-surprising-capitalist-makeover-is-under-way-in-sweden-a7830619">reportage</a> del Wall Street Journal di maggio. Divenne il terzo paese più ricco d’Europa in un secolo, fino al 1970, con uno Stato leggero; poi i governi socialdemocratici alzarono bruscamente tasse e spesa, il perimetro pubblico sfiorò il 70 per cento del Pil e arrivarono due decenni di crescita debole e redditi fermi, chiusi dalla crisi bancaria dei primi anni Novanta. Da lì partirono le riforme, con tagli ai sussidi e la privatizzazione della gestione dei servizi. Oggi la spesa sociale svedese vale il 24 per cento del Pil come negli Stati Uniti, contro l’oltre 30 di Francia e Italia, e l’economia cresce attorno al 2 per cento l’anno, il doppio di Francia e Italia..</p>
<p>Il tratto più istruttivo è dove lo Stato svedese è rimasto grande e dove si è fatto leggero. L’Economist ha <a href="https://www.economist.com/europe/2026/08/20/how-sweden-became-a-country-of-big-state-libertarians">descritto</a> ad agosto il paese come  <em>big-state libertarians</em>, con l’aliquota fiscale massima al 52 per cento, spesa pubblica vicina a metà del Pil, 480 giorni di congedo parentale e i controlli sugli affitti più estesi del mondo ricco, ma anche datori di lavoro liberi di assumere e licenziare come in quasi nessun altro paese europeo, nessuna imposta di successione, nessun salario minimo per legge e un terzo dei diplomati usciti da scuole non statali. Il risultato è un paese con il 50 per cento di miliardari per abitante in più degli Stati Uniti. Lo Stato ha smesso di gestire e ha continuato a finanziare: quasi metà delle cliniche di base e una scuola superiore su tre sono affidate a privati, con i soldi pubblici che seguono il paziente e lo studente, mentre la spesa sanitaria pro capite cresce dell’1 per cento l’anno in termini reali, metà del ritmo britannico e un terzo di quello americano secondo l’OCSE. Nel campione di <em>Austerità</em> la Svezia è l’unico paese che i conti non li ha mai corretti con le tasse. Non significa che l’Italia debba copiare la Svezia, ma ci indica quali leve sono state azionate o inibite pur mostrando tassi di crescita elevati, il problema che invece attanaglia l’Italia da trent’anni.L’Irlanda è il caso più discusso dalla letteratura economica e insegna a diffidare delle versioni semplici. Nel 1980 lo Stato irlandese <a href="https://ourworldindata.org/grapher/historical-gov-spending-gdp">spendeva</a> il 54 per cento del Pil, tredici punti più dell’Italia. La prima correzione, tra il 1982 e il 1986, fu fatta quasi tutta con le tasse e fu recessiva, con una crescita pro capite allo 0,7 per cento l’anno contro il 2 della media europea e il debito salito dal 74 al 107 per cento del Pil. Dal 1987 il governo cambiò strada e tagliò la spesa dal 53 al 42 per cento del Pil in tre anni e il disavanzo da 10,5 a 2,6 punti; la crescita ripartì subito. Il caso divenne il manifesto dell’austerità che espande. Trent’anni di studi lo hanno però in parte <a href="https://www.nber.org/papers/w17571">ridimensionato</a>: nel 1987-88 consumi e investimenti privati non esplosero, la ripresa fu trainata dall’export dopo la svalutazione del 1986 e dal boom britannico, l’occupazione restò ferma e la disoccupazione scese soprattutto perché 44 mila persone emigrarono nel solo 1989. Resta il punto su cui quasi tutti concordano, cioè che il risanamento fu la condizione necessaria della ripresa, che poi arrivò per altre vie.</p>
<p>Quelle vie dicono di più sul ruolo dello Stato. Tra il 1982 e il 2000 la spesa pubblica irlandese passò dal 57 al 31 per cento del Pil; alla fine del secolo l’Irlanda spendeva quindici punti meno dell’Italia. Nessuna delle fonti che hanno studiato la Tigre celtica attribuisce però il boom al taglio in sé. L’OCSE <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/1999/06/oecd-economic-surveys-ireland-1999_g1ghg5bf/eco_surveys-irl-1999-en.pdf">scrisse</a> nel 1999 che il consolidamento “può non essere stato potente quanto alcuni hanno sostenuto” e indicò come causa principale la strategia di attrazione delle multinazionali, con la tassa al 10 per cento sul manifatturiero e un’agenzia pubblica che sceglieva i settori da far entrare, farmaceutica e informatica in testa; lo studio di <a href="https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2002/01/2002a_bpea_honohan.pdf">riferimento</a> di Brookings - un noto think tank conservatore - concluse nel 2002 che non ci fu alcun ingrediente magico, solo molte più persone al lavoro. Lo Stato irlandese si ritirò dalla spesa e restò attivissimo nello scegliere i settori su cui puntare e li scelse ad alta produttività. Con due avvertenze. Il Pil irlandese è gonfiato dai profitti delle multinazionali, tanto che nel 2000 il reddito nazionale valeva l’86 per cento del Pil; e un vantaggio fiscale funziona proprio perché l’Irlanda pesa l’1 per cento dell’economia dell’euro. La dimensione, insomma, conta come moltiplicatore di occasioni, perché più risorse passano dalla politica e più occasioni ha la politica di usarle per proteggere qualcuno. Cosa ne faccia dipende dai suoi incentivi.</p>
<h2><strong>Chi governa protegge chi c’è già</strong></h2>
<p>Abbiamo visto finora che gli Stati possono influenzare pesantemente le possibilità di crescita di una nazione. Ora ci focalizzeremo però sulle modalità con le quali decisioni e policy promosse dagli Stati possono rappresentare un freno alla crescita, soprattutto in Italia. In questo spazio, ci focalizzeremo su tre leve prevalenti: la protezione di chi è già presente nel mercato; l’impedimento all’ingresso o all’uscita da un mercato; o fornendo incentivi o supporto deliberato alterando le dinamiche di mercato.</p>
<p>Partiamo dal primo: la protezione. Nel 2018 gli Stati Uniti imposero dazi sull’acciaio per difendere le acciaierie dalla concorrenza estera. Funzionò, nel senso più stretto della parola, perché la siderurgia creò circa 8.700 posti di lavoro. Il Peterson Institute <a href="https://www.piie.com/blogs/trade-and-investment-policy-watch/steel-profits-gain-steel-users-pay-under-trumps">calcolò</a> però che i prezzi più alti sarebbero costati alle imprese americane che l’acciaio lo comprano circa 5,6 miliardi di dollari l’anno, cioè 650 mila dollari per ogni posto creato, molte volte lo stipendio di chi quel posto lo occupava. Nei settori a valle, trovò poi uno <a href="https://www.federalreserve.gov/econres/feds/disentangling-the-effects-of-the-2018-2019-tariffs-on-a-globally-connected-us-manufacturing-sector.htm">studio</a> della Federal Reserve, i posti persi superarono quelli guadagnati. Un intervento che distrugge più di quanto crea resta in piedi per una ragione precisa. Gli 8.700 assunti sanno chi ringraziare e abitano in città precise, mentre i milioni che pagano il conto, spalmato in piccoli rincari su ogni automobile e ogni lavatrice, non se ne accorgono nemmeno; chi poi avrebbe aperto un’impresa senza quella protezione, o ci sarebbe entrato a lavorare, non sa neppure di essere stato danneggiato.</p>
<p>Questa asimmetria rende la protezione un ottimo investimento per chi la riceve: le imprese che fecero pressione per ottenere uno sgravio fiscale americano del 2004 <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1375082">ricavarono</a> 220 dollari di tasse risparmiate per ogni dollaro speso in attività di lobbying. Con rendimenti simili, per un’impresa matura difendere la propria rendita rende più che innovare, finché la protezione regge. I fallimenti privati restano temporanei perché la concorrenza li espelle, mentre i programmi pubblici che falliscono restano in piedi, difesi dal gruppo che ne beneficia con più energia di quanta ne abbia chiunque altro per smontarli. Su questi meccanismi James Buchanan costruì la scuola della <em>public choice</em>, che gli valse il Nobel nel 1986, e Mancur Olson spiegò perché i gruppi piccoli e organizzati battono quelli grandi e dispersi.</p>
<p>La paura elettorale dei tagli, che tiene in piedi tutto questo, è in gran parte infondata. Gli autori di <em>Austerità</em> contarono le diciannove elezioni cadute dentro i dieci risanamenti più grandi del loro campione e trovarono che il governo cambiò in sette casi, il 37 per cento, contro il 40 per cento di tutte le elezioni dello stesso periodo. Chi taglia viene punito quanto chiunque altro. Il problema sta dentro il governo, dove un aumento di tasse costa politicamente a tutto l’esecutivo mentre un taglio costa a un solo ministero, che lo combatte con le informazioni che controlla. Così si finisce per tassare o per rinviare. Chi rinvia fino alla crisi scopre che un taglio ben disegnato richiede mesi mentre l’Iva si alza con un voto.</p>
<p>L’Italia ne conserva un archivio completo, di cui lo stesso libro ricostruisce la genesi. Negli anni Settanta lo Stato accomodò le richieste salariali con stipendi pubblici alti che tirarono quelli privati, poi, per evitare la disoccupazione, sussidiò le imprese e le protesse dalla concorrenza, con le quote sulle auto giapponesi e i contratti pubblici, mentre il peso delle aziende pubbliche nell’economia raddoppiava dal 12 al 20 per cento tra il 1963 e il 1979. Ugo La Malfa chiamò la spesa pubblica “cemento a presa rapida del consenso”. Alitalia è costata ai contribuenti tra i 7,4 miliardi di euro calcolati da <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/salvataggi-alitalia-lo-stato-conto-86-miliardi-AExE4KMG">Mediobanca</a> per il periodo 1974-2014 e i 13,4 miliardi delle stime che includono gli ultimi interventi. Ogni intervento fu annunciato come un ponte verso il rilancio; il ponte è diventato la destinazione.</p>
<p>La cassa integrazione mostra la stessa deriva da assicurazione a protezione permanente. Nel 2025 l’hanno usata 49 mila imprese e <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxv-rapporto-annuale.html">1.460</a> di loro l’hanno usata in tutti e dodici i mesi dell’anno. La regola prevede un massimo di 24 mesi in cinque anni, ma le deroghe per le aree di crisi vengono rifinanziate ogni anno dal 2016 senza una scadenza; in Germania la durata ordinaria è di 12 mesi e la deroga eccezionale, con la data di fine scritta nella legge, arriva al livello che da noi è la regola. Uno <a href="https://academic.oup.com/restud/article/90/4/1963/6767833">studio</a> pubblicato nel 2023 sulla Review of Economic Studies, costruito sui microdati dell’INPS, misurò l’effetto: finché il sussidio dura l’occupazione dei lavoratori protetti regge, mentre nei due anni successivi alla fine del trattamento la loro probabilità di avere un lavoro crolla di circa 20 punti percentuali. Lo stesso studio trovò che ogni punto in più di lavoratori in cassa in un mercato locale toglie quasi un punto di occupazione alle imprese sane della stessa zona. La protezione dura quanto dura il sussidio e il conto lo pagano anche le imprese che non la usano.</p>
<p>Lo Stato seleziona male anche quando le imprese le possiede. Uno <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2017-0408/QEF_408.pdf">studio</a> della Banca d’Italia sui bilanci di oltre un milione di imprese confrontò le società pubbliche locali con private simili per settore e caratteristiche, trovandole meno produttive di circa l’8 per cento, un divario che sale al 15 per cento quando la proprietà pubblica è totale. Il <a href="https://www.de.mef.gov.it/export/sites/sitode/modules/documenti_it/programmi_cartolarizzazione/patrimonio_pa/Rapporto_Partecipazioni_Dati_2023.pdf">censimento</a> del MEF sui dati 2023 conta 196 società partecipate in perdita per almeno quattro degli ultimi cinque esercizi; per tre partecipazioni su quattro in queste società le amministrazioni hanno dichiarato di voler mantenere senza alcun intervento. Nel 2014 un programma del governo propose di ridurre le partecipate locali da 8.000 a 1.000 in tre anni; tra il 2012 e il 2022 il loro numero è <a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-Le%20partecipate%20locali%20rimangono%20un%20labirinto.pdf">sceso</a> del 2 per cento.</p>
<h2><strong>Chi può entrare e chi no</strong></h2>
<p>L’altra faccia della protezione è impedire l’ingresso ai nuovi concorrenti. In Italia succede soprattutto nei servizi, dove gli <a href="https://www.oecd.org/en/topics/product-market-regulation.html">indicatori</a> OCSE sulla regolazione dei mercati collocano il paese trentaquattresimo su 38 economie analizzate per barriere all’ingresso, mentre per leggerezza degli oneri amministrativi è sesto. Ciò significa che le regole presenti oggi per chi produce sono leggere, mentre quelle che influenzano le decisioni di apertura o ingresso  in un mercato sono pesanti. Nel dibattito si sente spesso che l’Italia sarebbe il paese con più leggi d’Europa; quel conteggio in realtà non esiste, in nessun paese, e quello che si misura è il peso delle regole sulle decisioni delle imprese. Su questo la ricerca è netta. Uno <a href="https://www.nber.org/papers/w28381">studio</a> su quarant’anni di dati francesi trovò che le tutele che scattano alla soglia dei 50 dipendenti riducono l’innovazione aggregata del 5,4 per cento, con le imprese che smettono di crescere appena sotto la soglia per evitarle. C’è inoltre un secondo aspetto da considerare: la presenza diretta di imprese pubbliche in settori chiave. Dove c’era un monopolio pubblico oggi spesso c’è ancora un campione nazionale. Nel 2023, le imprese a controllo pubblico erano 3.546, con 600 mila addetti, metà dei quali in società controllate dal ministero dell’Economia, e producevano il 69 per cento del valore aggiunto nell’energia elettrica e nel gas e il 57 per cento in acqua e rifiuti, secondo l’<a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/02/REPORT_PARTECIPATE_PUBBLICHE_2023.pdf">Istat.</a></p>
<p>Nei servizi pubblici locali la protezione ha la forma dell’affidamento diretto e della proroga. Nel trasporto pubblico locale la gara è usata in meno di un caso su cinque e oltre l’80 per cento delle gestioni è in proroga, secondo uno <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2021-0615/QEF_615_21.pdf">studio</a> della Banca d’Italia che trova società in perdita nel 13 per cento dei casi in Italia, nel 3 al Nord e nel 26 al Sud. Dove invece si fa la gara la produttività è più alta, come mostra un <a href="https://hal.science/hal-00768582/document">confronto</a> su 77 imprese di trasporto locale in nove paesi europei. Lo <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2017-0408/QEF_408.pdf">studio</a> della Banca d’Italia sulle partecipate trova che nei settori esposti alla concorrenza il divario di efficienza tra imprese pubbliche e private si annulla, finché la quota pubblica resta sotto il 30 per cento. La protezione, qui, è la rendita di chi gestisce un servizio senza che nessuno possa chiedere di farlo al suo posto.</p>
<p>Dove la concorrenza è stata lasciata entrare i risultati si sono visti in fretta. Sull’alta velocità l’arrivo di Italo nel 2012 ha abbassato il prezzo medio dei biglietti del 41 per cento e fatto crescere i passeggeri del 78 per cento in cinque anni, secondo un’<a href="https://italospa.italotreno.it/static/upload/i-b/i-benefici-della-concorrenza-nel-settore-ferroviario.pdf">analisi</a> commissionata dallo stesso operatore ma in linea con gli <a href="https://ideas.repec.org/a/eee/trapol/v39y2015icp77-86.html">studi</a> accademici, che trovano i due operatori a competere su prezzi e frequenze e le compagnie aeree costrette ad abbassare le tariffe dove incontrano il treno; sulla Milano-Roma il treno è passato dal 36 al 70 per cento degli spostamenti. Nelle telecomunicazioni, il primo grande mercato liberalizzato, l’ex monopolista ha perso terreno anno dopo anno fino a vendere la rete nel 2024, mentre i prezzi dei servizi di comunicazione sono <a href="https://www.agcom.it/sites/default/files/documenti/relazione_annuale/RELAZIONE%20ANNUALE%202025_0.pdf">scesi</a> del 30 per cento in dieci anni, più che nel resto d’Europa, secondo l’Agcom. Sono gli stessi settori dove lo Stato aveva un campione da proteggere; la differenza è che lì ha smesso di proteggerlo.</p>
<p>Il caso che tocca più persone resta la casa. È anche il più scivoloso, perché sui prezzi delle abitazioni pesano molte cose insieme, ma il meccanismo di base è semplice: una casa nuova aiuta anche chi non la comprerà mai, perché chi ci si trasferisce libera un alloggio meno caro e la catena arriva fino ai quartieri più poveri. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0094119021000656">studio</a> americano trovò che ogni cento alloggi nuovi ne liberano tra 45 e 70 nei quartieri sotto la mediana dei redditi; attorno ai palazzi appena costruiti gli affitti <a href="https://direct.mit.edu/rest/article-abstract/105/2/359/100977">scendono</a> di circa il 6 per cento; ad Auckland, otto anni dopo aver permesso di costruire più denso, gli affitti erano <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ecin.70075">più bassi</a> del 23 per cento rispetto alle città rimaste ferme. Bloccare le costruzioni è quindi una protezione in piena regola, la più popolare di tutte, perché in Italia <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/indagine-famiglie/bil-fam2022/index.html">tre famiglie su quattro</a> possiedono la casa in cui vivono e un palazzo nuovo abbassa il valore della loro; chi resta fuori sono i giovani, la cui quota della ricchezza nazionale è scesa dal 13 al 4 per cento in trent’anni, e le famiglie povere, in affitto in un caso su tre. Il conto per la crescita arriva quando le persone non possono più trasferirsi dove sarebbero più produttive. Due economisti americani <a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w23833/w23833.pdf">stimarono</a> che l’eccesso di regole edilizie costi agli Stati Uniti circa il 2 per cento di Pil l’anno.</p>
<h2><strong>Il settore sbagliato</strong></h2>
<p>Infine, gli stessi incentivi orientano lo Stato anche quando promuove deliberatamente invece di proteggere, alterando la normale situazione di mercato.. Il turismo è il settore che la politica italiana celebra di più, il petrolio d’Italia del dibattito pubblico, e il conto satellite dell’Istat dice cosa si sta celebrando: un contributo diretto del <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/conto-satellite-del-turismo-per-litalia-anno-2023/">5 per cento</a> del Pil, che sale al 9,6 contando anche gli effetti indiretti, il 14 per cento delle posizioni lavorative, un valore aggiunto per addetto di 99 mila euro contro i 142 mila della media nazionale e redditi più bassi di un terzo. Negli ultimi vent’anni il valore aggiunto del settore è <a href="https://www.fipe.it/2025/07/24/valore-aggiunto-occupazione-produttivita-e-redditi-da-lavoro-una-visione-dinsieme/">cresciuto</a> dello 0,8 per cento l’anno con ore lavorate cresciute del doppio, il profilo di un settore che si espande aggiungendo lavoro mentre la produttività ristagna.</p>
<p>Le scelte pubbliche seguono la celebrazione. Nel 2023 il ministero del Turismo spese circa <a href="https://www.ilpost.it/2023/08/31/instagram-open-to-meraviglia-attivo/">9 milioni</a> di euro nella campagna Open to Meraviglia, con la Venere di Botticelli trasformata in influencer; una campagna pubblica paragonabile per la chimica o la farmaceutica non si è mai vista. Eppure è la farmaceutica a trainare l’export italiano, con 69,2 miliardi di euro nel 2025, in crescita di oltre un quarto in un anno, e un peso sul manifatturiero salito dal 5 all’11 per cento in dieci anni (una parte del balzo è corsa alle scorte prima dei dazi americani, ammette la stessa associazione di settore). La ragione della sproporzione è associabile a interessi elettorali. Le spiagge e i borghi italiani stanno in ogni collegio elettorale e ogni sindaco ha una sagra da inaugurare, mentre i poli farmaceutici sono pochi, concentrati in qualche provincia, e i voti che muovono non si vedono. L’Irlanda, che negli anni Ottanta aveva uno Stato più grande del nostro, scelse di attirare farmaceutica e informatica; è la differenza tra orientare l’attenzione pubblica verso i settori dove la produttività sale e verso quelli dove ristagna.</p>
<p>Il turismo resta un vantaggio vero, che porta un <a href="https://www.bancaditalia.it/statistiche/tematiche/rapporti-estero/turismo-internazionale/">surplus</a> da 20 miliardi di euro l’anno, l’1 per cento del Pil, e lavoro dove le alternative scarseggiano. Può accompagnare la crescita di un paese ricco; a guidarla sono i settori dove la produttività sale, che sono anche quelli a cui l’attenzione pubblica arriva per ultima, e dove la politica e la sua espressione governativa  non ha un incentivo esplicito alla promozione e racconto.</p>
<h2><strong>Quello che lo Stato può fare</strong></h2>
<p>Il processo che genera la crescita ha bisogno di fondamenta pubbliche. Servono regole stabili applicate in tempi certi, contratti che un tribunale fa rispettare, un’autorità che impedisca ai vincitori di chiudere il mercato dietro di sé, scuole che preparino le persone a cambiare. Uno Stato grande può convivere con la crescita, come mostrano i nordici, finché fa le sue cose e lascia alla selezione le sue. Sono esattamente i compiti su cui uno Stato occupato a gestire società, sussidi, proroghe e campagne promozionali investe meno attenzione.</p>
<p>Questo programma l’Italia lo ha già scritto, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che tra le sue 63 riforme aveva la legge annuale sulla concorrenza, i tempi della giustizia civile, gli appalti e la semplificazione delle autorizzazioni. La <a href="https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/UffSezRiuniteSedeControllo/RelstatoPNRR">Corte dei conti</a> registra che nel primo semestre del 2025 tutti i 32 obiettivi concordati con la Commissione sono stati raggiunti. È nel contenuto che si vede la differenza tra scrivere una riforma e farla. Le gare per le concessioni balneari, previste dalla prima legge sulla concorrenza, sono state <a href="https://www.ilpost.it/2024/09/04/concessioni-balneari-gara-2027/">rinviate</a> per legge al 2027 e le licenze dei taxi possono crescere al massimo del 20 per cento. Le riforme che costano a qualcuno di preciso arrivano al traguardo svuotate, come prevede il meccanismo raccontato in queste pagine.</p>
<p>C’è poi una condizione che questo episodio ha dato finora per scontata, cioè uno Stato capace di eseguire. Due economisti che passarono in rassegna le politiche industriali <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/jep.38.4.27">avvertirono</a> nel 2024 che queste falliscono soprattutto quando i governi tentano politiche superiori alle capacità delle loro amministrazioni e la macchina italiana parte indietro. Il 53 per cento dei dipendenti pubblici ha più di 50 anni, contro il 40 della media europea, e chi ha un’istruzione post-secondaria è il 38 per cento contro il 54; le disparità di capacità amministrativa tra le regioni sono le più ampie dell’Unione, secondo il <a href="https://economy-finance.ec.europa.eu/economic-surveillance-eu-member-states/country-pages-including-country-reports/country-report-italy_en">Country Report</a> della Commissione europea. Anche scegliere i settori giusti, richiede prima di tutto un’amministrazione in grado di scegliere.</p>
<p>La strada per restringere il perimetro senza lasciare macerie è nota e passa dal compensare chi perde. La Danimarca paga a chi perde il lavoro fino al 90 per cento dello stipendio per due anni e in cambio lascia alle imprese piena libertà di assumere e licenziare: protegge il reddito della persona mentre il posto resta contendibile. È l’alternativa esatta alla cassa integrazione decennale, che protegge il posto e abbandona la persona quando il sussidio finisce.</p>
<p>Metà del Pil che passa dallo Stato significa metà delle decisioni economiche esposte agli incentivi del consenso. La crescita si può solo coltivare, tenendo aperto il campo dove chi prova può entrare, sbagliare, chiudere e ricominciare. Ogni dazio, ogni salvataggio, ogni proroga e ogni piano regolatore che congela la città com’è sono un pezzo di quella metà che smette di selezionare e comincia a proteggere; il compito dello Stato è tenere in ordine il campo da gioco, mentre la partita che genera la crescita la giocano gli altri.</p>
<p><em>Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perché la spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse d’Europa e cosa succederebbe se riuscissimo a portarla alla media europea.</em></p>]]></content:encoded>
    </item>
    <item>
      <title>In Italia la produttività del lavoro cala nel 2026, mentre in quasi tutta Europa cresce</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/h1-2026-crescitazero.html</link>
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      <pubDate>Tue, 08 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Aggiornamento</category>
      <description>Nel secondo trimestre 2026 la produttività del lavoro in Italia è scesa dello 0,3 per cento per ora lavorata, mentre nell'Unione europea è cresciuta dello 0,8.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Una nota fuori programma sui dati Eurostat del secondo trimestre: la produttività del lavoro cala in Italia e sale in quasi tutta l'Unione europea.</em></p>
<figure>
<img alt="Produttività del lavoro per addetto e ora lavorata nel secondo trimestre 2026" height="563" src="https://crescitazero.it/assets/h1-2026-labour-productivity-q2.png" width="1000">
</figure>
<p><em>Una breve nota aggiuntiva rispetto alla programmazione per un commento  ai dati pubblicati da Eurostat. La serie continua con la prossima analisi in uscita lunedì 14 settembre.</em></p>
<p>Eurostat ha <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260907-2">pubblicato</a> oggi i dati sulla produttività del lavoro nel secondo trimestre del 2026. Nell'Unione europea la produttività per ora lavorata è cresciuta dello 0,8 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2025 e quella per addetto dello 0,9 per cento. In Italia è scesa dello 0,3 per cento per ora lavorata e dello 0,4 per cento per addetto.</p>
<p>Il dato del trimestre conferma una tendenza lunga, perché la produttività oraria italiana è in calo su base annua da quindici trimestri consecutivi, cioè dalla fine del 2022. Nel 2023 anche la Germania perdeva terreno quasi quanto l'Italia, ma da sei trimestri è tornata a crescere, mentre la Francia è in aumento ininterrotto dal 2024.</p>
<p>Tra i paesi grandi la Germania cresce dell'1,4 per cento e la Francia dello 0,8 per cento, mentre la Spagna è ferma. I paesi che corrono di più sono la Slovenia con un aumento del 5,8 per cento e la Danimarca con il 3,5 per cento. Insieme all'Italia perdono terreno solo la Romania, la Repubblica Ceca e il Portogallo.</p>
<p>Anche il confronto con gli <a href="https://fred.stlouisfed.org/release/tables?rid=47&amp;eid=155138">Stati Uniti</a> va nella stessa direzione. Secondo il Bureau of Labor Statistics, nel secondo trimestre del 2026 la produttività del settore privato americano è cresciuta del 2,2 per cento su base annua, quasi tre volte la media europea. La produzione è aumentata del 2,5 per cento con ore lavorate quasi ferme, cioè gli americani producono di più senza lavorare di più.</p>
<p>Semplificando, un paese può crescere aumentando le ore lavorate oppure diventando più bravo a produrre nello stesso tempo. L'Italia negli ultimi anni ha fatto solo la prima cosa, con l'occupazione ai massimi storici e il prodotto per ora lavorata che arretra. È il motivo per cui abbiamo iniziato CrescitaZero, la serie di approfondimenti per capire perché in Italia non si cresce più. I dati di oggi dicono che il problema resta tutto lì.</p>]]></content:encoded>
    </item>
    <item>
      <title>Il management che manca alla produttività italiana</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/07-crescitazero.html</link>
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      <pubDate>Mon, 31 Aug 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>Le imprese meglio gestite sono più produttive. In Italia c’è un problema di allocazione efficiente del capitale manageriale causato dalla gestione delle persone e dalla diffusione delle PMI.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Le imprese meglio gestite sono più produttive. In Italia c’è un problema di allocazione efficiente del capitale manageriale causato dalla gestione delle persone e dalla diffusione delle PMI.</p>
<p><em>Questo è il settimo approfondimento di</em> <a href="https://crescitazero.it/">CrescitaZero</a><em>, la serie di articoli scritti insieme a</em> <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/">Elia Bidut</a> <em>per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi</em> <a href="https://crescitazero.it/#articoli">gli altri articoli</a><em>.</em></p>
<p>Nei primi episodi di <a href="https://crescitazero.it/">CrescitaZero</a> abbiamo ricostruito il problema da cui parte questa serie: l'Italia non cresce perché da trent'anni non riesce più ad aumentare la produttività al ritmo delle altre economie avanzate. Abbiamo visto che questo vincolo non riguarda soltanto le statistiche sulla crescita, ma finisce per riflettersi sui salari, sulla sostenibilità del sistema pensionistico e, più in generale, sulla capacità del paese di mantenere nel tempo il proprio livello di benessere. Nel <a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html">primo articolo</a> avevamo individuato quattro grandi leve attraverso cui un'economia può aumentare la propria produttività: accumulare più capitale, innovare e investire in ricerca e sviluppo, aumentare il capitale umano e allocare meglio lavoratori e capitali tra imprese e settori.</p>
<p>Queste leve dipendono però da decisioni prese all'interno delle aziende: acquistare un nuovo macchinario, investire budget in un progetto di ricerca, assumere un nuovo dipendente qualificato o introdurre un nuovo standard per la gestione di una linea di produzione sono scelte che qualcuno deve prendere e che possono produrre risultati molto diversi a seconda di come vengono prese. Tra gli input disponibili e il risultato prodotto dall'impresa c'è quindi un elemento che per molto tempo è rimasto quasi invisibile: il modo in cui l'impresa viene organizzata e gestita, ossia le decisioni manageriali.</p>
<p>La tesi di questo articolo è che il problema italiano non sia semplicemente la qualità dei singoli manager, ma il modo in cui il sistema economico produce, seleziona, forma, incentiva e alloca il capitale manageriale. Le imprese meglio gestite sono più produttive; il management influenza anche la capacità di crescere e riallocare risorse, mentre governance, formazione, mobilità dei manager e dinamica delle imprese determinano quanto facilmente il talento manageriale raggiunge gli impieghi in cui può generare più valore. Quanto di questo meccanismo aiuta a spiegare la CrescitaZero italiana?</p>
<h2>Il fattore che per molto tempo non potevamo misurare</h2>
<p>Per molti decenni gli economisti hanno potuto osservare relativamente bene quanto un'impresa producesse, quanto capitale utilizzasse, quante persone impiegasse e quanto investisse. Molto più difficile era capire come utilizzasse quelle risorse: come fissasse gli obiettivi, come misurasse la performance, come decidesse quali lavoratori promuovere, quanto delegasse le decisioni e quali incentivi utilizzasse.</p>
<p>Due imprese potevano quindi apparire molto simili nei dati contabili e tuttavia essere organizzate in modo radicalmente diverso. Una poteva monitorare sistematicamente i propri risultati e correggere rapidamente gli errori; l'altra poteva non avere obiettivi chiari, utilizzare poco le informazioni disponibili e promuovere le persone sulla base di criteri diversi dalla performance. La differenza poteva essere rilevante per la produttività, ma non era osservabile nei normali database sulle imprese.</p>
<p>Il problema comincia a cambiare nei primi anni Duemila, quando Nicholas Bloom e John Van Reenen costruiscono il <a href="https://worldmanagementsurvey.org/">World Management Survey</a>, un programma di raccolta dati che rende osservabili e confrontabili le pratiche manageriali delle imprese. La novità non consiste semplicemente nel chiedere ai manager quanto considerino efficace la propria organizzazione. Gli intervistatori utilizzano domande strutturate e criteri omogenei per ricostruire pratiche concrete relative soprattutto a tre dimensioni: il monitoraggio della performance, la definizione e l'utilizzo degli obiettivi e il sistema di incentivi e gestione delle persone. La metodologia utilizza domande aperte e una codifica standardizzata delle risposte, con procedure pensate per ridurre il rischio di risposte strategiche e rendere comparabili le valutazioni tra imprese e paesi. Uno studio<a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.p20161058"> di Bloom, Genakos, Sadun e Van Reenen</a> descrive la costruzione della banca dati e le procedure utilizzate per garantire l'affidabilità delle misurazioni.</p>
<p>Per la prima volta, il management smette quindi di essere soltanto una variabile teorica o un concetto intuitivo e diventa qualcosa che può essere misurato e messo in relazione con altre statistiche. Questa distinzione è importante perché nella letteratura successiva il management viene studiato almeno a tre livelli diversi. Le<em> management practices</em> descrivono come l'impresa viene organizzata; il <em>managerial talent</em> cerca di misurare la capacità delle persone che prendono le decisioni; il <em>Manager–firm matching</em> considera invece se quel particolare manager sia adatto alle esigenze dell'impresa che dirige.</p>
<h2>Le imprese sono gestite in modo molto diverso</h2>
<p>Nel <a href="https://www.nber.org/papers/w12216">primo grande studio</a> pubblicato da Bloom e Van Reenen, le imprese con punteggi più elevati nelle pratiche manageriali risultano mediamente più produttive, più redditizie, crescono più rapidamente e presentano maggiore probabilità di sopravvivenza. Il dato più importante è però la forte dispersione osservata all'interno degli stessi paesi: la qualità del management non è una caratteristica uniforme del sistema produttivo nazionale, ma varia molto da un'impresa all'altra.</p>
<p>Questa dispersione non è casuale. Le imprese familiari e quelle in cui il fondatore mantiene direttamente il controllo risultano mediamente meno inclini ad adottare pratiche strutturate, mentre la concorrenza e un maggiore livello di capitale umano sono associati a pratiche manageriali migliori. Il risultato è però ancora una correlazione: le imprese meglio gestite possono essere più produttive proprio perché il management migliora l'organizzazione, ma potrebbe essere vero anche il contrario, cioè che le imprese più produttive e più ricche abbiano maggiori risorse per adottare pratiche manageriali sofisticate. Per capire se il management sia davvero una componente della tecnologia produttiva dell'impresa occorre quindi fare un passo ulteriore.</p>
<p>La successiva <a href="https://www.nber.org/papers/w22327">ricerca</a> di Bloom, Sadun e Van Reenen estende il World Management Survey a oltre 11.000 imprese in 34 paesi e tratta le pratiche manageriali come una forma di capitale produttivo. L'ipotesi è che il management possa essere migliorato, ma che questo richieda tempo e costi di adattamento; una volta introdotte, le nuove pratiche devono inoltre essere mantenute per conservarne i benefici. Nella loro stima strutturale, le differenze nelle pratiche manageriali spiegano circa il 30% della dispersione della produttività tra imprese e paesi.</p>
<p>Un'<a href="https://www.nber.org/papers/w23300">altra analisi</a>, condotta su circa 32.000 stabilimenti manifatturieri statunitensi, trova inoltre che circa il 40% della variazione nelle pratiche manageriali avviene tra stabilimenti appartenenti alla stessa impresa e che le differenze nelle pratiche manageriali sono associate a circa un quinto della dispersione della produttività tra imprese.</p>
<p>La domanda diventa allora più difficile: se migliorare il management può aumentare la produttività, cosa succede quando proviamo a farlo davvero?</p>
<h2>Cosa succede se il management cambia davvero?</h2>
<p>La risposta più convincente alla questione causale arriva da un <a href="https://www.nber.org/papers/w16658">esperimento</a> condotto in India. I ricercatori selezionano grandi imprese tessili e assegnano casualmente alcuni stabilimenti a un programma di consulenza gratuito finalizzato all'introduzione di pratiche manageriali moderne, lasciando gli altri come gruppo di controllo. La randomizzazione consente di attribuire con maggiore sicurezza alle nuove pratiche le differenze osservate successivamente tra imprese trattate e imprese di controllo. L'intervento aumenta la produttività e modifica contemporaneamente il modo in cui le imprese vengono organizzate, migliorando la qualità dei processi, riducendo le scorte e favorendo una maggiore delega e un maggiore utilizzo delle informazioni. Si stima un aumento della produttività di circa il 11%.</p>
<p>La ricerca successiva suggerisce che questo effetto non riguarda soltanto la produttività interna all'impresa. In <a href="https://www.nber.org/papers/w33765"><em>Management and Firm Dynamism</em></a>, si mostra che le imprese meglio gestite sono più dinamiche: acquisiscono e cedono impianti più frequentemente, ne aprono di nuovi e chiudono quelli meno produttivi. Gli impianti acquisiti migliorano inoltre la propria performance e adottano pratiche manageriali migliori. Gli autori stimano che le acquisizioni aumentino la produttività aggregata attraverso la riallocazione degli impianti verso imprese con maggiore capacità manageriale e che una maggiore concorrenza migliori management e produttività attraverso lo stesso canale.</p>
<p>Il management, quindi, opera su due livelli: può aumentare la produttività dentro l'impresa, ma può anche contribuire a determinare quali imprese crescono, quali vengono acquisite e quali escono dal mercato.</p>
<h2>Dove si trova l'Italia</h2>
<p>Il World Management Survey permette di rispondere a una domanda più immediata: quanto è lontana l'Italia dalla frontiera manageriale?</p>
<p>Nel <a href="https://www.nber.org/papers/w17850">confronto internazionale </a>di Bloom, Genakos, Sadun e Van Reenen, il punteggio medio delle imprese italiane è 3,02 su 5, contro 3,35 negli Stati Uniti, 3,23 in Germania e Giappone e 3,20 in Svezia. L'Italia non si trova nella coda della distribuzione internazionale: il suo punteggio è sostanzialmente uguale a quello di Francia e Regno Unito e superiore a quello di Polonia, Portogallo, Grecia, Cina e Brasile. È tuttavia distante dal gruppo dei paesi con le pratiche manageriali più strutturate, guidato dagli Stati Uniti. Ancora più importante, la media nazionale nasconde una forte dispersione tra imprese: in tutti i paesi esistono aziende molto ben gestite e aziende con pratiche estremamente deboli, ma la quota di imprese che si colloca nella coda inferiore della distribuzione varia significativamente. È proprio questa eterogeneità a rendere il dato rilevante per la produttività: il problema non è che tutte le imprese italiane siano gestite peggio delle imprese americane, ma che una parte maggiore delle imprese opera con pratiche manageriali deboli e che il sistema sembra meno efficace nel selezionare, far crescere o sostituire le organizzazioni meno efficienti.</p>
<p><strong>Valutazione del management tra Paesi</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/cGOEi/2/">Grafico interattivo</a></p>
<p>Il punteggio medio nasconde però una differenza più importante. Nel confronto tra Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, il divario italiano è più marcato nelle pratiche relative agli incentivi e alla gestione delle persone, mentre le differenze nelle altre dimensioni sono più contenute. L'Italia registra un punteggio di 2,76 nella componente Incentives, contro 2,98 in Germania e 3,25 negli Stati Uniti. Questa componente misura quanto le imprese riescano a selezionare, promuovere e remunerare le persone sulla base della loro performance e quanto siano disposte a intervenire quando la performance è insufficiente. È quindi la dimensione che riguarda più direttamente il modo in cui il talento viene riconosciuto e allocato all'interno dell'impresa: non soltanto fissare obiettivi e monitorarne il raggiungimento, ma decidere chi assumere, chi promuovere, come premiare i risultati e quando sostituire chi non li raggiunge.</p>
<p>L'evidenza più recente utilizzata dall'OECD per il confronto internazionale sulla qualità delle pratiche manageriali deriva dai dati del World Management Survey del 2015. Il confronto riguarda però prevalentemente imprese manifatturiere con almeno 50 dipendenti e non rappresenta quindi la grande massa delle piccole imprese italiane. Nel suo <em>Economic Survey: Italy 2026</em>, l'OECD conferma che la qualità manageriale italiana è inferiore a quella di molte economie avanzate e segnala criticità particolarmente rilevanti nelle imprese di minori dimensioni. Quasi il 90% delle imprese italiane dichiara inoltre difficoltà nel trovare manager con le competenze necessarie, soprattutto competenze di leadership e soft skills. Sul fronte della formazione, i dati PIAAC 2023 mostrano che circa il 40% dei manager italiani dichiara di aver ricevuto formazione, contro il 71% della media OECD; questo dato proviene però da una rilevazione sugli individui, distinta dal WMS, e non va quindi interpretato come una misura della formazione nelle sole PMI. L'insieme delle evidenze suggerisce un problema che riguarda tanto la qualità delle pratiche manageriali nelle imprese quanto la capacità del sistema di sviluppare e aggiornare le competenze di chi le dirige.</p>
<p>Il problema, quindi, non sembra essere soltanto quello di selezionare meglio i manager all'ingresso. È anche la capacità del sistema di accumulare e aggiornare i manager nel corso della carriera.</p>
<p>L'OECD stima inoltre che portare le competenze e le pratiche manageriali italiane alla mediana OECD potrebbe ridurre il <em>skill mismatch</em> di circa sette punti percentuali e aumentare la produttività del lavoro di circa 2,5 punti percentuali. Si tratta di una simulazione, non dell'effetto osservato di una riforma, ma dà un ordine di grandezza al potenziale economico del miglioramento manageriale.</p>
<h2><strong>I problemi italiani</strong></h2>
<p>Per capire perché il capitale manageriale italiano sia più debole bisogna guardare a come viene selezionato, sviluppato e allocato. La proprietà familiare è molto diffusa anche negli altri principali paesi europei: secondo la <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2018-0422/QEF_422_18.pdf">Banca d'Italia</a>, riguarda l'86% delle imprese manifatturiere italiane con almeno 10 dipendenti, contro l'80% in Francia, l'83% in Spagna, l'81% nel Regno Unito e il 90% in Germania. La peculiarità italiana emerge però nella gestione: nelle imprese familiari, oltre l'80% ha un CEO appartenente alla famiglia e circa due terzi ha un management interamente familiare, contro circa un terzo in Spagna, un quarto in Francia e Germania e il 10% nel Regno Unito. La maggiore sovrapposizione tra proprietà e management sembra riflettere anche caratteristiche del contesto italiano: la proprietà familiare è più frequente dove fiducia e funzionamento delle istituzioni sono più deboli e, nelle imprese più piccole, la gestione diretta da parte del proprietario è meno costosa. Quando però l'impresa cresce, questa struttura può diventare un vincolo: nelle imprese familiari italiane la selezione dei manager privilegia più spesso vicinanza e fedeltà ai proprietari, mentre la ricerca sulla successione mostra risultati migliori quando la gestione passa a manager esterni.</p>
<p>Questa struttura può restringere il mercato dal quale vengono selezionate le persone che prendono le decisioni e diventa particolarmente rilevante quando l'impresa attraversa una successione. <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0929119907000880">Cucculelli e Micucci</a>, due ricercatori della Banca d’Italia, studiano le imprese italiane che passano dalla gestione del fondatore a quella dell'erede o di un manager esterno e trovano che il mantenimento della gestione all'interno della famiglia ha un effetto negativo sulla performance, soprattutto tra le imprese che prima della successione erano più performanti e nei settori più competitivi. La questione non riguarda però soltanto chi arriva al vertice: <a href="https://www.nber.org/papers/w33219?utm_source=chatgpt.com">perché un altro studio</a> ha scoperto che le imprese familiari offrono salari più bassi, carriere più lente e meno promozioni rispetto alle imprese non familiari. Gli autori interpretano questi risultati come coerenti con un incentivo dei proprietari familiari a mantenere il controllo, creando un <em>glass ceiling</em> per i dipendenti non familiari. Il bacino dal quale può emergere il management futuro viene così ristretto sia nella selezione esterna sia nelle carriere interne.</p>
<p>La governance influenza anche il comportamento del management dopo la nomina. Un <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10997-025-09758-8?utm_source=chatgpt.com">recente studio su 91 imprese familiari italiane quotate</a> ha visto che il legame tra performance e sostituzione del CEO è più debole quando la famiglia esercita un controllo più forte sul consiglio amministrativo, mentre board più indipendenti rendono il turnover maggiormente sensibile ai risultati dell'impresa. La possibilità di correggere una scelta manageriale sbagliata dipende quindi anche dalla struttura attraverso cui il CEO viene controllato.</p>
<p>Queste caratteristiche assumono un peso maggiore quando il contesto tecnologico cambia.<a href="https://www.nber.org/papers/w23964?utm_source=chatgpt.com"> Gli economisti </a><a href="https://www.nber.org/papers/w23964?utm_source=chatgpt.com">Pellegrino e Zingales</a> sono partiti dal rallentamento della produttività italiana a metà degli anni Novanta hanno studiato perché l'Italia abbia beneficiato meno della rivoluzione informatica. Gli autori hanno così costruito  una misura di meritocrazia manageriale sulla base di tre dimensioni: chi occupa le posizioni di senior management, quanto l'autorità viene delegata verso i livelli inferiori e quanto la remunerazione è collegata alla produttività. Nella loro misura l'Italia ottiene 3,39 su 7, contro una media del campione di 18 paesi di 4,68. Quando combinano questo indicatore con l'intensità tecnologica dei diversi settori, trovano che tra il 1995 e il 2006 la crescita cumulata della TFP nei settori ad alta intensità informatica raggiunge il 19,4% nei paesi con maggiore meritocrazia manageriale, contro il 5,3% nei paesi con minore meritocrazia.</p>
<p><strong>La meritocrazia del management correla con la produttività delle imprese</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/FOfas/3/">Grafico interattivo</a></p>
<p>Il risultato non consente di isolare un effetto causale della meritocrazia sulla produttività italiana, ma mostra una complementarità molto forte tra tecnologia e qualità dell'organizzazione: la stessa tecnologia produce risultati diversi a seconda del contesto manageriale nel quale viene utilizzata. I dati utilizzati dagli autori mostrano inoltre che una maggiore meritocrazia a livello d'impresa è associata sia a un maggiore utilizzo dell'ICT sia a una maggiore crescita della produttività.</p>
<p>Il problema non riguarda però soltanto la qualità media dei manager disponibili, ma anche la capacità delle imprese di trovare le persone più adatte alle proprie esigenze. <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/temi-discussione/2021/2021-1335/index.html">Baltrunaite, Bovini e Mocetti</a> hanno costruito una misura del talento degli amministratori delle imprese italiane a partire dal contributo di ciascun manager alla produttività dell'impresa e la confrontano con caratteristiche come istruzione e capacità di prevedere la performance futura. I manager più capaci sono associati a una maggiore produttività e ottengono risultati migliori soprattutto quando l'impresa adotta pratiche manageriali strutturate. La qualità del management dipende quindi non solo dal talento disponibile, ma anche dalla capacità di abbinarlo alle organizzazioni nelle quali può essere utilizzato meglio.  <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/temi-discussione/2020/2020-1278/index.html?utm_source=chatgpt.com">Baltrunaite e Karmaziene</a> mostrano inoltre, utilizzando l'introduzione progressiva dell'alta velocità ferroviaria come variazione nella facilità di spostamento degli amministratori, che una maggiore mobilità amplia il bacino geografico dal quale le imprese possono selezionare i propri manager e migliora il matching, con effetti positivi sulla crescita e sull'efficienza. Lo stesso problema emerge in un <a href="https://www.nber.org/papers/w33324?utm_source=chatgpt.com">recente studio su 4.800 imprese manifatturiere in 42 paesi</a>, nel quale il mismatch tra caratteristiche del CEO e caratteristiche dell'impresa può ridurre significativamente la produttività. Il problema italiano può quindi essere letto anche come un problema di <em>misallocation</em> del capitale manageriale: non soltanto manager più o meno capaci, ma manager capaci che non necessariamente si trovano nelle imprese nelle quali il loro talento produce più valore.</p>
<p>La qualità del management dipende anche dal capitale umano dal quale le imprese possono selezionare i propri manager e dalla capacità di aggiornarlo nel corso della carriera. Un manager efficace deve saper utilizzare informazioni sulla performance, fissare obiettivi, delegare decisioni e soprattutto selezionare, valutare e incentivare le persone; con l'aumentare della complessità e della tecnologia diventano inoltre più importanti capacità analitiche, problem solving e leadership. In Italia il problema non sembra riguardare soltanto la formazione manageriale: il capitale umano da cui le imprese possono attingere è mediamente più debole. <a href="https://www.oecd.org/it/publications/2024/12/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_df7b4a60/italy_efb33b22.html">Nell’indagine</a> sulle competenze degli adulti, condotta dall’OECD del 2023, l'Italia si colloca tra i paesi con i punteggi più bassi in literacy, numeracy e problem solving adattivo e anche gli adulti con istruzione terziaria presentano competenze inferiori alla media. Il minor stock di competenze può quindi restringere il bacino da cui selezionare il management, ma non basta a spiegare il divario: la produttività dipende anche da come le competenze vengono selezionate, sviluppate e allocate tra imprese.</p>
<p>La qualità del management viene quindi disciplinata anche dal mercato nel quale l'impresa opera. Una maggiore concorrenza aumenta il costo di essere gestiti male, perché rende più facile per le imprese più efficienti sottrarre clienti, lavoratori e capitale alle organizzazioni meno produttive; la letteratura sul <a href="https://www.nber.org/papers/w12216?utm_source=chatgpt.com">World Management Survey</a> trova infatti una relazione positiva tra concorrenza e qualità delle pratiche manageriali, mentre il lavoro più recente di <a href="https://www.nber.org/papers/w33765?utm_source=chatgpt.com">Bloom e coautori sul dinamismo delle imprese</a> mostra che la concorrenza favorisce la riallocazione delle attività verso imprese e stabilimenti meglio gestiti. Il problema italiano è quindi anche quello della debole dinamica di ingresso, crescita e uscita delle imprese: l'OECD documenta una dinamica relativamente debole della creazione e crescita delle imprese, mentre l'<a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-surveys-italy-2026_539538b2-en/full-report.html?utm_source=chatgpt.com">Economic Survey 2026</a> individua nelle difficoltà di <em>scale-up</em>, consolidamento ed exit uno dei vincoli alla produttività. Se le imprese più produttive fanno più fatica a crescere e quelle meno produttive rimangono più a lungo sul mercato, anche lavoro, capitale e competenze manageriali vengono riallocati più lentamente verso gli impieghi più produttivi.</p>
<p>Le operazioni di fusione e acquisizione sono uno dei canali attraverso cui questa riallocazione può avvenire, trasferendo attività e pratiche manageriali dalle imprese più efficienti a quelle acquisite. La struttura familiare può però influenzare anche questa decisione: uno studio su 141 imprese quotate italiane trova che le imprese familiari abbiano una minore propensione alle acquisizioni rispetto alle non familiari, soprattutto quando il coinvolgimento della famiglia nella gestione è maggiore; <a href="https://publicatt.unicatt.it/handle/10807/215247?utm_source=chatgpt.com">un'analisi più recente</a> su 93 imprese familiari italiane, invece, trova che la presenza dei familiari nel consiglio di amministrazione è associata negativamente alla propensione ad acquisire, mentre la presenza di un CEO familiare è associata positivamente. Le evidenze non indicano quindi che la proprietà familiare blocchi necessariamente le acquisizioni, ma suggeriscono che il modo in cui la famiglia partecipa alla governance può influenzare la propensione a utilizzare le operazioni straordinarie come strumento di crescita. Questo è rilevante perché, nel lavoro di <a href="https://www.nber.org/papers/w33765?utm_source=chatgpt.com">Bloom e coautori</a>, le acquisizioni rappresentano anche un meccanismo attraverso cui pratiche e capacità manageriali vengono trasferite verso impianti meno produttivi. Per l'Italia, la questione diventa quindi quanto la struttura proprietaria e gli incentivi alla conservazione del controllo facilitino o ostacolino la riallocazione verso imprese più produttive.</p>
<h2>Il problema si può cambiare</h2>
<p>La ricerca non suggerisce quindi una singola riforma capace di risolvere il problema manageriale. Mostra però che esistono diversi canali attraverso i quali è possibile modificare la qualità e l'allocazione del management.</p>
<p>Il primo è la formazione. L'esperimento condotto in India del World Management Survey mostra che un intervento diretto sulle pratiche manageriali può aumentare la produttività. Questi programmi non dimostrano che sussidiare indiscriminatamente la consulenza a tutte le PMI sia una buona politica: gli effetti dipendono dalla selezione delle imprese e dalla qualità dell'intervento. Mostrano però che le pratiche manageriali possono cambiare concretamente e che il cambiamento può produrre effetti persistenti.</p>
<p>Il secondo canale riguarda il trasferimento del capitale manageriale. Uno dei <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257%2Faer.20170619&amp;utm_source=chatgpt.com">casi</a> più interessanti riguarda proprio l'Italia. Nel quadro del <em>Productivity Program</em> del dopoguerra, tra il 1952 e il 1958 gli Stati Uniti finanziarono programmi di formazione che portarono manager italiani a visitare imprese statunitensi e a osservare direttamente pratiche organizzative e tecnologie moderne. L’autrice sfrutta un taglio inatteso del budget del programma per confrontare le imprese che riuscirono a partecipare con quelle che avevano fatto domanda ma furono escluse per mancanza di fondi. Le imprese partecipanti mostrarono una performance migliore per almeno quindici anni e un aumento cumulato della produttività del 52% rispetto alle imprese escluse. Il contesto economico di quegli anni era però molto diverso da quello attuale, quindi i risultati non possono essere trasferiti direttamente all'Italia di oggi. Il contributo del paper è soprattutto dimostrare che le competenze manageriali possono essere trasferite e che un investimento nel management può produrre effetti persistenti sulla performance delle imprese, fornendo un'evidenza causale che va oltre la semplice correlazione.Un'altra evidenza arriva da un <a href="https://www.journals.uchicago.edu/doi/10.1086/696154">esperimento</a> contemporaneo condotto in Messico su 432 piccole e medie imprese. Bruhn, Karlan e Schoar assegnano casualmente le imprese a un programma di un anno di consulenza manageriale o al gruppo di controllo. L'accesso alla consulenza aumenta la produttività e il rendimento dell’attività e, utilizzando i dati previdenziali, gli autori osservano anche effetti persistenti sulla dimensione delle imprese. Le pratiche che migliorano maggiormente riguardano marketing, contabilità finanziaria e pianificazione di lungo periodo.</p>
<p>Il terzo canale è il funzionamento del mercato. Più concorrenza aumenta la pressione sulle imprese meno efficienti; maggiore mobilità amplia il bacino geografico dei manager; una governance più indipendente rende più forte il legame tra performance e sostituzione dei CEO. In tutti questi casi l'intervento non consiste nell'insegnare management direttamente, ma nel migliorare gli incentivi e i meccanismi attraverso cui il management viene selezionato e allocato. L'OECD, nel suo <a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-surveys-italy-2026_539538b2-en/full-report.html"><em>Economic Survey</em></a><a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-surveys-italy-2026_539538b2-en/full-report.html"> 2026</a>, indica proprio il miglioramento delle pratiche manageriali, la formazione e il mentoring, insieme alla rimozione delle barriere alla crescita e al consolidamento delle imprese, tra le priorità per aumentare la produttività italiana.</p>
<h2>Sbrogliare la matassa</h2>
<p>La qualità del management non spiega da sola i trent'anni di stagnazione italiana, ma contribuisce a determinare quanto efficacemente tecnologia, capitale e lavoro vengono trasformati in produttività. L'Italia non sembra avere soltanto un problema di manager più o meno capaci, ma di un sistema che seleziona, forma, incentiva e rialloca il capitale manageriale meno efficacemente, anche per effetto della struttura proprietaria, della debole mobilità dei manager e della scarsa dinamica di crescita e uscita delle imprese. Queste caratteristiche possono rafforzarsi reciprocamente e contribuire a mantenere una parte del sistema produttivo lontana dalla frontiera. Dopo aver faticato a trasformare la rivoluzione ICT in crescita della produttività, l'Italia si trova oggi davanti a una nuova tecnologia general purpose: la questione non è soltanto quanto rapidamente adotterà l'intelligenza artificiale, ma se saprà trasformarla in una migliore organizzazione e, quindi, in maggiore produttività.</p>]]></content:encoded>
    </item>
    <item>
      <title>Cosa leggere quest’estate per capire perché l'Italia non cresce</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/06-crescitazero.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/06-crescitazero.html</guid>
      <pubDate>Mon, 27 Jul 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Letture</category>
      <description>Una lista di libri, paper e ricerche per il periodo estivo per capire perché l'Italia è ferma da trent'anni.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Una lista di libri, paper e ricerche per il periodo estivo per capire perché l'Italia è ferma da trent'anni. </em></p>
<p><em>Questa è una puntata speciale estiva di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a</em><em> </em><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/"><em>Elia Bidut</em></a><em> per capire cos'è successo alla crescita italiana. Qui trovi il</em><em> </em><a href="https://www.lorenzoruffino.it/p/capire-trentanni-senza-crescita"><em>manifesto</em></a><em>.</em></p>
<p>Negli approfondimenti usciti finora abbiamo mostrato i numeri della stagnazione italiana, dalla produttività ferma ai salari che non crescono. Dietro quei numeri ci sono le letture che hanno orientato i nostri ragionamenti, domande e curiosità. Questa puntata extra  le mette in fila: ci sono sia libri che articoli, speriamo possano essere spunti utili per le vostre letture estive.</p>
<p>Le letture di questa puntata guardano quasi tutte fuori dall’Italia, ed è una scelta. La stagnazione italiana si capisce meglio osservando come la crescita funziona dove funziona: nasce dalle idee e dalla concorrenza che le seleziona, mentre si ferma dove le rendite riescono a difendersi. Abbiamo inserito una sezione con alcune letture che ci hanno colpito anche da autori e autrici nazionali.</p>
<p><em>Una piccola nota: la scelta di questi titoli riflette preferenze personali, non riceviamo alcun compenso né dagli autori, né dalla vendita di alcun libro citato in questo articolo.</em></p>
<h2><strong>I libri</strong><strong> dal mondo</strong></h2>
<p><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><strong>Daniel Susskind, </strong></a><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><strong><em>Growth. A reckoning </em></strong></a><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><strong>(2024). </strong></a>Una delle prime letture che ci ha avvicinato al progetto di CrescitaZero: Susskind ricostruisce tra i capitoli le forze e i fattori che muovono la produttività, con una visione storica del fenomeno e uno sguardo ai trade-off che la crescita pone rispetto a politiche ambientali e redistributive.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><strong>Joel Mokyr, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><strong><em>The Lever of Riches</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><strong> (1990).</strong></a> Il premio Nobel 2025 ripercorre millenni di creatività tecnologica per mostrare che la crescita si spegne quando una società smette di premiare chi inventa: la prosperità è l’eccezione e il ristagno la regola.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><strong>Robert J. Gordon, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><strong><em>The Rise and Fall of American Growth</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><strong> (2016).</strong></a> La grande crescita americana tra il 1870 e il 1970 fu un evento irripetibile, figlio di invenzioni che potevano arrivare una volta sola, una cura contro le nostalgie valida anche per il nostro miracolo economico.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><strong>Philippe Aghion, Céline Antonin e Simon Bunel, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><strong><em>The Power of Creative Destruction</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><strong> (2021).</strong></a> Il libro che spiega senza formule la teoria dietro questa serie, la distruzione creatrice: le imprese nuove scalzano le vecchie finché le rendite minacciate non si organizzano per fermarle.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><strong>Edward Chancellor, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><strong><em>The Price of Time</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><strong> (2022).</strong></a> Il decennio di tassi a zero dopo il 2008 ha tenuto in vita imprese zombie che hanno chiuso la strada ai concorrenti più produttivi, il lato finanziario della distruzione creatrice mancata.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><strong>Joe Studwell, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><strong><em>How Africa Works</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><strong> (2026).</strong></a> La povertà africana si spiega con la bassa densità di popolazione più che con il clima o le istituzioni, un promemoria di quanto la demografia conti per la crescita, in Africa come in Italia.</p>
<p><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><strong>Dan Wang, </strong></a><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><strong><em>Breakneck</em></strong></a><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><strong> (2025).</strong></a> La Cina degli ingegneri costruisce e l’America degli avvocati si ferma in tribunale: il concetto chiave è la conoscenza di processo, la capacità di produrre che vive nelle persone e sparisce quando si smette di fabbricare.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><strong>Duncan Weldon, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><strong><em>Two Hundred Years of Muddling Through</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><strong> (2021)</strong></a><strong>.</strong> Duecento anni di economia britannica, dal paese che inventò la crescita moderna a quello con un reddito pro capite vicino al Mississippi, la dimostrazione che i paesi ricchi si impoveriscono lentamente, senza una crisi che costringa a reagire.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><strong>George Selgin, </strong></a><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><strong><em>False Dawn</em></strong></a><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><strong> (2025)</strong></a><strong>.</strong> La ripresa dalla Grande Depressione fu frenata proprio da alcune misure del New Deal, i cartelli di prezzi e salari aboliti dalla Corte Suprema solo nel 1935, un antidoto agli entusiasmi per lo Stato imprenditore.</p>
<h2><strong>Alcuni libri italiani</strong></h2>
<p><a href="https://ildeclinoitaliano.it/"><strong>Riccardo Trezzi e Guido Ascari, Fotografia di un declino (2026)</strong></a>. Un progetto autopubblicato di due professori italiani che mira, dati alla mano, a comprendere dove il motore della crescita italiana si è inceppata. Anche il sito online con i <a href="https://ildeclinoitaliano.it/#contenuti">contenuti multimediali </a>e i dati sono molto utili per una prima infarinatura del tema, con un focus sul nostro Paese.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/questione-salariale-Andrea-Garnero/dp/B0DQYBWW44"><strong>Andrea Garnero e Roberto Mania, La questione salariale (2025)</strong></a><strong>.</strong> Un’indagine sull’evoluzione dei salari nel nostro Paese che incrocia demografia, sistema fiscale, welfare state per rispondere a una semplice domanda: perché in Italia i salari non sono cresciuti?</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/prezzo-nascosto-Lavoro-nellItalia-dellinflazione/dp/B0GJ2SDMQQ/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=7MYZQW9H57FV&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.RirqygkhyYKV5AqxZRYZrnV8MYaziwcNodeEJHNyNjsR1R_DH4OR4yRMXzIcrPrg3vNMT9H-UUX7BxrFRx6_3Wfx8990gB0-pyFAK1hYyG2W0CD-sZCxWEBnQTuLHgHiQvn-Oze-aHYM9-twVbARqEaUWtPKijQDS7izrNGAAsYLbNyZP_9U5pidHQkS5Tc1IN2_igUDmdGTbJnNOsVvpQYL6ei6vGfDfxd99auAYht9_OO-5FEYy8NlTyVkFuYHv1TPhj2ubKS_SSJWuoYh9XJd4ZOEXKy5i5PW-8I4eXg._IwioqMhCdJ7EPm56Fr4ZWJFwcFYDVNBW9TCgSZXFR4&amp;dib_tag=se&amp;keywords=marco+leonardi&amp;qid=1784875809&amp;sprefix=marco+leonardi%2Caps%2C157&amp;sr=8-1"><strong>Marco Leonardi e Lorenzo Rizzo, Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione (2026).</strong></a> Un’ulteriore indagine sulla stasi salariale italiana, con un focus sulla dinamica inflazionistica e delle scelte - o meglio: mancate scelte - politiche volte a non proteggere il potere d’acquisto.</p>
<p><a href="https://amzn.eu/d/08FuFyfG"><strong>Alessandro Rosina, La scomparsa dei giovani (2025)</strong></a><strong>.</strong> Un demografo mostra in 10 mappe perché l’Italia sta vedendo ridursi il numero di giovani e le conseguenze di tale fatto sulla sostenibilità del sistema fiscale, del mercato del lavoro e della produttività.</p>
<p><a href="https://amzn.eu/d/09gYXarC"><strong>Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro (2013)</strong></a><strong>.</strong> Una spiegazione del perché il lavoro si concentra dove ci sono i laureati e di come ogni posto nell'innovazione ne genera circa cinque nei servizi locali. Le città attraggono competenze diverse da quelle che perdono.</p>
<p><a href="https://www.amazon.it/Ricchi-parabola-sviluppo-economico-italiano/dp/8815271449/ref=sr_1_1?crid=3K4C7UQSXMRHQ&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.v2FBu5yKeDdC8uS9CkPVVKRr2uMYHvUc7KVH9xVtXTcUtqAJc9V01Rc_RsFATu9KGy5szgNiXRh1VKaeAXkhYc-SP2SCXmwnfFCi_xi7OsuGjVBlFy0WD_wsM90zISXl5B0k-aN4CDnN7g77l_xspeTDScnCm9rMBHUm8Uy0QrliOsoa3DBPTsz1eRQUU5D3itxd9RUTle3CLwgxZal3OClcpUno_kpHrz_DGQlYwah9hPKtXqTOL_ML4Obw4t2F31EesvLsWjLZe3OFxoED8U3TX0tEibzKVGaWMLp1htw.0_q08KYA-BB5EqRWItXqRQurfOocs8AeZRqxpHDJ3fs&amp;dib_tag=se&amp;keywords=ricchi+per+caso&amp;qid=1784876105&amp;sprefix=%2Caps%2C143&amp;sr=8-1"><strong>Paolo di Martino e Michelangelo Vasta, Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano (2017)</strong></a><strong>. </strong>Centocinquant’anni di sviluppo economico riletti come una traiettoria fragile portata avanti da svalutazioni e piccole imprese più che da istituzioni e innovazioni. L’Italia è diventata ricca senza avere le basi per restarlo.</p>
<h2><strong>Gli articoli, i paper, le ricerche</strong></h2>
<p><a href="https://www.siliconcontinent.com/p/european-stagnation-is-real"><strong>European stagnation is real</strong></a> (<em>Silicon Continent</em>). Dal 2019 la produttività americana è cresciuta circa sette volte più in fretta di quella dell’eurozona: la risposta con i numeri a chi sostiene che l’Europa, in fondo, sta bene.</p>
<p><a href="https://www.project-syndicate.org/onpoint/europe-economic-malaise-rooted-in-lack-of-dynamism-by-philippe-aghion-and-simon-johnson-2026-06"><strong>Intervista ad Aghion e Simon Johnson</strong></a> (<em>Project Syndicate</em>). Due premi Nobel su un’Europa che sa recuperare terreno ma ha smesso di innovare alla frontiera, stretta tra troppa regolazione e poco capitale di rischio.</p>
<p><a href="https://www.theatlantic.com/magazine/2026/07/uk-productivity-economy-reform-party/687303/"><strong>How Britain Became as Poor as Mississippi </strong></a> (<em>The Atlantic</em>). Austerità e Brexit hanno impoverito il paese europeo più simile all’Italia per traiettoria, mostrando cosa succede alla politica di una democrazia quando la crescita sparisce.</p>
<p><a href="https://www.stripeeconomics.com/p/solopreneurs-solow-and-the-saaspocalypse"><strong>Solopreneurs, Solow, and the SaaSpocalypse</strong></a> (<em>Stripe Economics</em>). I guadagni di produttività arrivano decenni dopo le tecnologie, come con l’elettricità nelle fabbriche americane, il paradosso di Solow che aiuta a calibrare le attese sull’intelligenza artificiale.</p>
<p><a href="https://worksinprogress.co/issue/innovation-is-not-linear/"><strong>Innovation is not linear</strong></a> (<em>Works in Progress</em>). Scienza e invenzione si alimentano a vicenda e spesso è la tecnologia ad aprire la strada alla teoria, con conseguenze dirette su come finanziare la ricerca.</p>
<p><a href="https://www.maximum-progress.com/p/romae-industriae"><strong>Romae Industriae</strong></a> (<em>Maximum Progress</em>). Roma aveva quasi tutto per decollare eppure la rivoluzione industriale arrivò diciassette secoli dopo: a fermarla fu il disprezzo aristocratico per il lavoro manuale.</p>
<p><a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5806445"><strong>Technological Breakthroughs and the Progress of Science</strong></a> (SSRN). Quando i primi computer arrivarono nelle università americane la produzione scientifica salì del 15 per cento in pochi anni, una misura di quanto in fretta una tecnologia generale cambia la ricerca.</p>
<p><a href="https://marcusnunes.substack.com/p/the-chilean-mirror-what-argentina"><strong>The Chilean Mirror: What Argentina Sees and Cannot Yet Reach </strong></a> (Marcus Nunes). Ricette simili sulla carta ed esiti opposti, con il reddito cileno triplicato dagli anni Ottanta mentre quello argentino cresceva della metà: a decidere sono le istituzioni e il patto politico che le regge.</p>
<p><a href="https://scottsumner.substack.com/p/capitalism-with-chinese-characteristics"><strong>Capitalism with Chinese Characteristics</strong></a> (Scott Sumner). La provincia cinese cresciuta di più è quella dove lo Stato ha interferito meno, la prova che la crescita nasce dal basso anche dove comanda il partito.</p>
<p><a href="https://worksinprogress.co/issue/why-communist-reforms-nearly-always-failed/"><strong>Why Communist Reforms Nearly Always Failed</strong></a> (<em>Works in Progress</em>). Nei paesi comunisti i riformatori vincevano il dibattito e perdevano la partita, battuti da sequenze sbagliate e interessi organizzati, una lezione utile a chi vuole smontare rendite in qualunque sistema.</p>
<p><a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w23964/w23964.pdf"><strong>Diagnosing the Italian Disease</strong></a> (L. Zingales, B. Pellegrino). Uno dei paper fondamentali per capire le ragioni dell’”Italian Disease”: il ruolo dei manager, delle mancate competenze, del nepotismo, e della cultura scarsamente managerializzata delle imprese italiane.</p>
<h2><strong>Buone letture!</strong></h2>
<p>Speriamo che questi spunti possano accompagnare le prossime calde settimane.</p>
<p>Per vostri consigli o proposte, vi invitiamo a commentare direttamente all’interno del post Substack di questo articolo.</p>
<p><em>Gli episodi di CrescitaZero usciti finora sono raccolti sul</em><em> </em><a href="https://crescitazero.github.io/"><em>sito della serie</em></a><em>. Il prossimo approfondimento arriva lunedì 31 agosto. </em></p>]]></content:encoded>
    </item>
    <item>
      <title>La produttività italiana passa anche dalle competenze</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/05-crescitazero.html</link>
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      <pubDate>Mon, 20 Jul 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>Sotto la stagnazione della produttività italiana: competenze sotto la media, forti squilibri territoriali e un sistema che fatica a trasformare conoscenza in innovazione diffusa.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>
Sotto la stagnazione della produttività italiana: competenze sotto la media, forti squilibri territoriali e un sistema che fatica a trasformare conoscenza in innovazione diffusa.
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Questo è il quinto approfondimento di <a href="https://crescitazero.it/">CrescitaZero</a>, la serie di articoli scritti insieme a <strong>Lorenzo Ruffino</strong> per capire cos'è successo alla crescita italiana. Negli episodi precedenti abbiamo visto perché la <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/perche-litalia-e-ferma-da-trentanni">produttività</a> è ferma da trent'anni, perché la crescita è la condizione che tiene in piedi la <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/perche-la-democrazia-si-regge-sulla">democrazia</a>, perché i <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/gli-stipendi-crescono-solo-dove-cresce">salari</a> italiani non sono cresciuti e perché il <a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/la-trappola-del-piccolo-e-bello-perche">nanismo</a> delle imprese è un problema. Oggi capiamo perché l'assenza di competenze sufficienti soffochi la crescita.
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Quando in Italia si parla di produttività, il riflesso quasi automatico è guardare alle imprese: quanti investimenti fanno, quanto sono grandi, quanto esportano, quanto pesa il costo dell'energia o della regolazione. Ma tra le leve che abbiamo identificato nel <a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html">primo</a> articolo di questa serie, c'è un livello a monte che spesso resta sullo sfondo: la qualità della forza lavoro, anche nota come capitale umano.
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Tecnologie, software, macchinari e modelli organizzativi non producono gli stessi risultati ovunque: il loro rendimento dipende anche dalla capacità delle persone di usarli bene, adattarsi ai cambiamenti, leggere informazioni complesse, coordinarsi meglio e risolvere problemi nuovi. In questo senso, la produttività non dipende solo da capitale e investimenti, ma anche dalla qualità delle competenze disponibili e da come l'economia riesce a impiegarle.
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Uno studio dell'<a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf">OCSE</a> pubblicato a giugno 2025 ha misurato questo legame con i dati della nuova indagine internazionale sulle competenze delle persone adulte. La produttività del lavoro risulta più alta nei settori e nei paesi dove il livello medio delle competenze è più alto, in parte perché a competenze maggiori si accompagna una maggiore intensità di ricerca e sviluppo. Questo primo canale, da solo, spiega circa un quarto delle differenze di produttività tra paesi a parità di settore. Conta però anche dove le competenze finiscono: la produttività è più alta dove i disallineamenti tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dai posti di lavoro, i cosiddetti mismatch, sono minori e dove i lavoratori più preparati sono impiegati nelle imprese più grandi e dinamiche. Secondo lo studio, le differenze in questi meccanismi di allocazione spiegano almeno un altro 12 per cento dei divari di produttività tra paesi.
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In altre parole, le competenze incidono sulla produttività in almeno due modi. La prima via è diretta: competenze più alte aumentano il valore prodotto da ogni ora di lavoro, perché migliorano l'uso di tecnologie e organizzazione. La seconda passa invece dal mercato del lavoro: competenze più solide rendono più fluida la riallocazione verso i contesti produttivi migliori, cioè verso quelle imprese che riescono a trasformare conoscenza in valore aggiunto. Se questo meccanismo si inceppa, anche investimenti e incentivi rischiano di rendere meno del previsto.
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<h2>L'Italia arranca, anche nelle competenze</h2>
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La <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/12/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_df7b4a60/italy_efb33b22/b03d6066-en.pdf">Survey of Adult Skills</a>, l'indagine del programma PIAAC dell'OCSE condotta in 31 paesi e pubblicata a dicembre 2024, misura con prove standardizzate le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni in tre domini: la comprensione dei testi scritti (literacy), l'uso delle informazioni matematiche e numeriche (numeracy) e la capacità di risolvere problemi in situazioni che cambiano (problem solving adattivo). In Italia la rilevazione, curata dall'INAPP, l'Istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche, per conto del ministero del Lavoro, ha coinvolto circa 4.800 adulti.
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Gli adulti italiani ottengono in media 245 punti in literacy, 244 in numeracy e 231 nel problem solving adattivo, contro una media OCSE rispettivamente di 260, 263 e 251. In tutti e tre i casi il divario è tra i 15 e i 20 punti, su scale che vanno da 0 a 500. Il dato è importante perché indica una base media di competenze più fragile proprio nelle abilità che aiutano ad assorbire innovazione e lavorare in organizzazioni più complesse.
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<p><strong>L&#x27;Italia è indietro nelle competenze chiave rispetto ai paesi avanzati</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/xKQj1/1/">Grafico interattivo</a></p>
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I punteggi dell'indagine vengono poi raggruppati dall'OCSE in livelli di competenza: chi si ferma al livello 1 o sotto riesce a capire testi brevi e a trovare un'informazione quando è indicata chiaramente, o a fare calcoli di base con numeri interi o con il denaro, mentre va in difficoltà appena un compito richiede più passaggi, come calcolare una proporzione. Ai livelli 4 o 5, i più alti, si valutano criticamente testi lunghi e complessi e si interpretano dati e grafici statistici. In literacy il 35 per cento degli adulti italiani si ferma al livello 1 o sotto, contro il 26 per cento della media OCSE, mentre solo il 5 per cento raggiunge i livelli 4 o 5, contro il 12. In numeracy le proporzioni sono quasi identiche, con il 35 per cento ai livelli bassi contro 25 e il 6 per cento a quelli alti contro 14. Nel problem solving adattivo, dove il livello massimo è il 4, la distanza è ancora più netta: il 46 per cento resta al livello 1 o sotto, contro il 29, riuscendo a risolvere solo problemi semplici che non cambiano mentre li si affronta, e appena l'1 per cento tocca il livello più alto, contro il 5.
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Il problema italiano ha quindi due facce: un punteggio medio più basso e una distribuzione sbilanciata, con pochi adulti molto competenti e una quota ampia con competenze deboli. Per un'economia che deve adottare tecnologie digitali e aumentare il contenuto di conoscenza della produzione, la seconda faccia pesa più di quanto suggerisca un semplice confronto tra medie.
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<p><strong>In Italia più di un adulto su tre ha competenze di base deboli</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/bCroa/1/">Grafico interattivo</a></p>
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Rispetto alla rilevazione di dieci anni prima, i risultati medi italiani in literacy e numeracy sono rimasti sostanzialmente simili, mentre si è ampliato il divario tra gli adulti migliori e peggiori e in literacy è aumentata la quota di chi si ferma ai livelli più bassi. Anche questo è un elemento importante: non c'è solo un problema di ritardo, ma anche di polarizzazione interna delle competenze.
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Un altro tassello del quadro arriva dai più giovani. Le prove <a href="https://www.invalsi.it/wp-content/uploads/2026/07/Presentazione-Risultati-Prove-INVALSI-2026.pdf">INVALSI 2026</a>, che misurano le competenze fondamentali in italiano, matematica e inglese alla fine dei diversi cicli scolastici, mostrano un profilo molto simile a quello visto per gli adulti: risultati medi sotto la media desiderabile e forti divari territoriali tra Nord e Sud. Se si guarda alle classi terminali, una quota non trascurabile di studenti fatica ancora su comprensione dei testi, uso dei numeri e capacità di applicare ciò che ha studiato a problemi nuovi, cioè esattamente le competenze che serviranno per reggere organizzazioni più complesse e assorbire innovazione una volta entrati nel mercato del lavoro.
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Questo rende evidente che le competenze sono un fenomeno di lungo periodo: i punteggi dei ragazzi di oggi sono, in larga parte, i punteggi dei lavoratori di domani. Se un territorio accumula ritardi già alla scuola secondaria, ritroverà quegli stessi ritardi nella capacità della sua forza lavoro di usare tecnologie, leggere dati, prendere decisioni in contesti incerti, con effetti diretti sia sulla produttività attuale sia sulla velocità con cui riuscirà ad adottare nuovi processi e nuovi strumenti. Visti così, gli esiti INVALSI non sono solo un indicatore del sistema educativo, ma anche una variabile anticipatrice della base di capitale umano su cui si reggerà la crescita futura.
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<h2>L'ennesimo dualismo interno italiano</h2>
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Secondo <a href="https://www.inapp.gov.it/sala-stampa/671613">l'INAPP</a>, il divario medio italiano riflette soprattutto la debolezza delle regioni meridionali, mentre Nord-Ovest, Nord-Est e Centro in literacy, e il Nord-Est anche in numeracy, registrano risultati statisticamente comparabili alla media OCSE. Questo implica che il problema non è distribuito in modo uniforme sul territorio. All'interno dell'Italia convivono aree che si muovono vicino agli standard internazionali e aree che restano molto più indietro, abbassando la media complessiva del paese.
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<p><strong>Nelle competenze degli adulti il ritardo italiano è soprattutto meridionale</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/wqMEY/1/">Grafico interattivo</a></p>
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Michael Kremer, premio Nobel per l'economia nel 2019, propose nel 1993 un modello utile a capire perché una quota ampia di competenze deboli pesa sull'intero sistema, la teoria O-Ring, che prende il nome dalla guarnizione il cui cedimento causò nel 1986 l'esplosione dello Space Shuttle Challenger. Nel modello la produzione è una catena di compiti complementari: il valore finale dipende dalla qualità con cui ogni anello viene svolto e un errore in un solo passaggio può azzerare il valore di tutto il resto, come una guarnizione difettosa distrusse una navetta spaziale. Da questa complementarità discendono due conseguenze. Piccole differenze di competenze si amplificano in grandi differenze di produttività e di salario, perché ogni anello debole riduce il rendimento di tutti gli altri. E i lavoratori tendono a raggrupparsi per livello, così le produzioni più complesse si concentrano dove le competenze sono più alte, mentre i territori con competenze più deboli restano ancorati a produzioni semplici, che generano meno valore aggiunto.
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Il dualismo territoriale è quindi uno dei meccanismi attraverso cui il problema delle competenze si trasforma in un problema di produttività aggregata. Dire che l'Italia è sotto media è corretto, ma il ritardo italiano è anche il risultato di una forte eterogeneità interna, che rende più difficile costruire una base ampia e omogenea di competenze spendibili nell'economia.
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<h2>Perché conta per la produttività</h2>
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Richard Nelson ed Edmund Phelps, quest'ultimo poi premio Nobel per l'economia, proposero nel 1966 l'idea che meglio inquadra questo episodio: il capitale umano determina la velocità con cui un'economia adotta le tecnologie disponibili. Una forza lavoro istruita capisce prima le innovazioni e le adatta meglio al proprio contesto, quindi il vantaggio delle competenze cresce quando la tecnologia cambia rapidamente, come accade oggi con la transizione digitale e l'intelligenza artificiale. Un paese con un capitale umano debole può avere accesso alle stesse tecnologie degli altri, ma le assorbe con anni di ritardo e in una parte più piccola del proprio sistema produttivo.
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È qui che il lavoro <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf">OCSE</a> aiuta a fare un passo in più rispetto al dibattito abituale. Il punto non è soltanto "più istruzione uguale più produttività". Un aumento di una deviazione standard nella numeracy, cioè la distanza che separa un adulto nella media da uno molto sopra la media, si associa a una probabilità di partecipare al mercato del lavoro più alta di 7 punti percentuali e, tra le persone attive, a un rischio di disoccupazione più basso di 3 punti. Tra gli occupati, lo stesso aumento si associa a salari più alti del 5 per cento, a parità di altre caratteristiche osservabili, mentre per confronto una deviazione standard in più di istruzione si associa a salari più alti del 14 per cento. I benefici delle competenze, segnala l'OCSE, vanno oltre quelli legati ai soli titoli di studio.
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Questo aiuta a leggere meglio anche un equivoco frequente del dibattito pubblico. Il problema non è tanto che in Italia ci siano relativamente pochi laureati. La questione più profonda è che una parte troppo ampia della popolazione adulta resta su livelli bassi nelle competenze che servono davvero nei contesti produttivi contemporanei: comprensione di testi complessi, uso dei numeri, capacità di affrontare problemi nuovi, adattabilità ai processi digitali e organizzativi.
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Quando queste capacità mancano, rallenta sia la produttività odierna sia la capacità di adottare nuove tecnologie e riorganizzare il lavoro spostando lavoratori e risorse verso le imprese migliori e sfruttare appieno i benefici degli investimenti. Tramite questo canale blocchiamo anche la produttività di domani, perché dipende dalle scelte e dalle azioni messe in moto oggi. La produttività non è soltanto una questione di capitale fisico o di incentivi alle imprese, ma è soprattutto una questione di persone, di competenze disponibili e di come l'economia riesce a valorizzarle.
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Questo quadro è coerente anche con quanto emerge dalle analisi recenti della <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0953/QEF_953.pdf">Banca d'Italia</a>. In un recente studio sulle dinamiche della produttività, gli autori osservano che tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto del settore privato è aumentato di quasi il 10 per cento, soprattutto grazie a un forte stimolo fiscale. La crescita ha riguardato in particolare costruzioni e servizi, mentre la manifattura ha ristagnato. A trainare è stata soprattutto l'espansione dell'occupazione, a fronte di una dinamica molto più debole della produttività del lavoro, in calo negli ultimi due anni.
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La produttività delle imprese, osserva lo studio, è stata sostenuta da processi riallocativi e dalla crescita delle imprese più efficienti, ma in questo modo è cresciuto il divario tra queste imprese e il resto del tessuto produttivo. Una parte del sistema si è rafforzata, ma la diffusione dei miglioramenti è rimasta incompleta.
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Questo è esattamente il tipo di quadro in cui le competenze fanno la differenza. Quando il capitale umano è debole o troppo polarizzato, la capacità di assorbire innovazione si concentra in pochi segmenti dell'economia. Le imprese più dinamiche riescono comunque a crescere, ma fanno più fatica a trascinare con sé il resto del sistema. E così la produttività resta compressa non solo da un problema di investimenti o di scala, ma anche da una difficoltà più profonda nel costruire e usare conoscenza in modo diffuso.
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<h2>Cosa fare</h2>
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Il tratto chiave di questa serie si potrebbe risolvere con una parola: complessità. Non è che tutto dipenda dalla scuola. E non è nemmeno che basti aumentare la spesa in formazione per risolvere il problema. La lezione più utile dei lavori <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf">OCSE</a> e <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0953/QEF_953.pdf">Banca d'Italia</a> è che la produttività cresce quando una forza lavoro più competente è anche meglio allocata e quando le imprese e il mercato del lavoro riescono a trasformare quelle competenze in innovazione, organizzazione e miglior uso del capitale.
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Le implicazioni sono due. La prima è trattare il capitale umano come una condizione di base della crescita, con politiche che alzino le competenze effettive lungo tutta la vita, dalla scuola alla formazione degli adulti, e con una priorità evidente per i territori più indietro. La seconda è fare in modo che quelle competenze vengano usate, con un mercato del lavoro che aiuti le persone più preparate ad arrivare alle imprese in grado di valorizzarle.
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Per anni abbiamo raccontato la stagnazione italiana come il risultato di un sistema che investe poco. Ed è vero. Ma i dati più recenti suggeriscono che il problema è anche un sistema che fatica a costruire, usare e spostare bene la conoscenza. Se non si rompe questo blocco, anche gli investimenti giusti rischiano di rendere meno del previsto. La produttività italiana è anche un problema di persone e di come l'economia riesce a valorizzarle.
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*La Survey of Adult Skills del programma PIAAC valuta persone tra i 16 e i 65 anni con prove standardizzate in tre ambiti: comprensione di testi scritti (literacy), uso di informazioni matematiche e numeriche (numeracy) e capacità di risolvere problemi in contesti che cambiano (problem solving adattivo). Non si tratta di domande nozionistiche, ma di esercizi pratici: per la literacy, ad esempio, viene chiesto di leggere tabelle, istruzioni, articoli brevi e di individuare informazioni, collegare passaggi, trarre inferenze; per la numeracy, di interpretare percentuali, prezzi, grafici, unità di misura e prendere decisioni quantitative sensate; per il problem solving adattivo, di gestire situazioni in cui cambiano vincoli e obiettivi, scegliendo strategie coerenti e aggiornando le scelte alla luce di nuove informazioni.
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Ogni risposta viene tradotta in un punteggio su scale che vanno da 0 a 500 e in livelli di competenza, dai più bassi (compiti semplici, altamente strutturati) ai più alti (compiti complessi, con molta informazione da filtrare e integrare). Questo consente non solo di confrontare la media dei paesi, ma anche di capire quanta parte della popolazione si concentra nei livelli bassi o alti, cioè quante persone riescono davvero a usare testi, numeri e strumenti digitali in modo efficace nei contesti di lavoro quotidiani. È in questo incrocio tra punteggi medi, distribuzione dei livelli e uso effettivo delle competenze nell'economia che si gioca, in larga misura, la differenza di produttività tra sistemi più dinamici e sistemi che restano inchiodati a produzioni semplici.
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La serie CrescitaZero si prende una pausa per agosto. La prossima uscita sarà il 31 agosto.
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      <title>La trappola del «piccolo è bello»: perché il nanismo aziendale soffoca l'Italia</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/04-crescitazero.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/04-crescitazero.html</guid>
      <pubDate>Mon, 06 Jul 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>L'Italia è il secondo paese EU per numero di imprese attive. Ma la dimensione media è un terzo di quella tedesca. Sono troppo piccole per innovare, investire, pagare salari competitivi.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>
L’Italia è il secondo paese EU per numero di imprese attive. Ma la dimensione media è un terzo di quella tedesca. Sono troppo piccole per innovare, investire, pagare salari competitivi.
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Questo è il quarto approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos'è successo alla crescita italiana. Negli episodi precedenti abbiamo visto perché la produttività è ferma da trent'anni, perché la crescita è la condizione che tiene in piedi la democrazia, e perché i salari italiani non sono cresciuti. Oggi entriamo dentro il tessuto produttivo del Paese. <a href="https://crescitazero.it/index.html#articoli">Qui trovi gli altri articoli</a>.
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Nel dibattito sulla produttività italiana, una parola torna spesso: dimensione. Le imprese italiane sono troppo piccole. L'affermazione è talmente ripetuta da essere diventata quasi uno sfondo, una di quelle cose che si sanno senza che nessuno si fermi davvero a mostrare cosa significano i numeri e perché la questione è più complessa, e più urgente, di quanto sembri. Proviamo a farlo qui.
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<h2>Un paese di imprese che non crescono</h2>
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Nel 2023 l'Italia era il secondo Paese europeo per numero di imprese attive, circa 4,5 milioni, dietro solo alla Francia con 5 milioni, secondo i dati del <a href="https://www.italiagenerativa.it/rig2024/contenuto-2024/1-24/">Rapporto Italia Generativa 2024</a> elaborati su dati Eurostat. Non siamo un Paese con poche imprese. Siamo un paese con molte imprese che restano piccole.
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Infatti, in Italia ogni impresa occupa in media 4 addetti, mentre la media dell'Unione europea è 5 e quella della Germania è 12. Detto in un altro modo: un'impresa tedesca occupa in media tre volte le persone di un'impresa italiana.
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Questa differenza non riguarda solo la manifattura, ma si estende a quasi tutti i settori. Secondo un'analisi <a href="https://www.istat.it/storage/ASI/2025/capitoli/C14.pdf">di Istat</a> pubblicata nel 2025 su dati 2022, il 95 per cento delle imprese italiane ha meno di dieci addetti; sono quelle che nelle statistiche europee si chiamano microimprese. E sono il cuore del problema della mancata crescita.
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<h2>Quanto costa essere piccoli</h2>
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La dimensione di un'impresa non è solo una questione organizzativa, ma è la condizione che determina quanto un'impresa può investire, cosa può permettersi di fare e quanto può pagare chi ci lavora.
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I dati Istat sui conti economici delle imprese lo mostrano con una chiarezza difficile da ignorare. Nel 2022, il valore aggiunto per addetto, la misura più diretta di produttività, era in media di 56.600 euro in Italia. Ma questa media nasconde una divaricazione importante: le microimprese producevano 36.400 euro per addetto, le grandi imprese 81.600. Il salto più netto è quello tra la fascia micro e tutte le altre.
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I salari seguono la stessa curva. Nelle microimprese lo stipendio lordo medio di un dipendente è di 26.600 euro, nelle grandi di 46.400. Chi lavora in una microimpresa guadagna in media oltre il quaranta per cento in meno di chi lavora in una grande. Questo spiega una parte consistente del problema dei salari italiani di cui abbiamo parlato nell'episodio precedente: non è solo che le imprese pagano poco, è che la struttura produttiva del paese è concentrata nella fascia dimensionale dove si paga di meno.
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<p><strong>Il costo di essere piccoli in Italia</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/ySqez/2/">Grafico interattivo</a></p>
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Secondo <a href="https://www.osservatori.net/blog/innovazione-digitale-nelle-pmi/pmi-ecosistema-imprenditoriale-italiano-confronto-ue/">elaborazioni</a> degli Osservatori del Politecnico di Milano su dati Eurostat, le microimprese italiane generano circa 30.000 euro di valore aggiunto per addetto, contro i 46.000 di Francia e Germania e i 35.000 della media europea. Nella fascia micro, il gap negativo con la Germania è del 33 per cento. Il problema italiano è quindi sia di avere molte imprese piccole sia del fatto che queste producono mediamente meno delle loro concorrenti in altri Paesi.
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<p><strong>Quanto producono le microimprese in Europa?</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/Wv3xQ/1/">Grafico interattivo</a></p>
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I dati più recenti, relativi al 2024, mostrano che la situazione non migliora. Secondo la <a href="https://www.istat.it/tavole-di-dati/conti-economici-delle-imprese-stima-anticipata-delle-imprese-con-dipendenti-anno-2024/">stima anticipata Istat sui conti economici delle imprese</a>, le classi dimensionali 0-9 e 10-19 addetti sono state le uniche a registrare una riduzione del valore aggiunto rispettivamente del 1,8 e dello 0,9 per cento, mentre le grandi imprese crescevano del 3,2 per cento. La forbice si allarga.
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<h2>Piccole imprese e innovazione: un problema di soglie</h2>
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C'è un motivo preciso per cui la dimensione conta così tanto per la produttività. Innovare, infatti, costa. Comprare macchinari, assumere ingegneri, formare i dipendenti sulle nuove tecnologie, adottare software gestionali: sono tutti investimenti con costi fissi che si ammortizzano su un volume di attività. Una grande impresa li distribuisce su migliaia di addetti, mentre una microimpresa non può permetterseli.
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Secondo il <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/imprese-e-ict-anno-2024/">report Istat su imprese e ICT del 2024</a>, gli specialisti informatici sono presenti nel 75 per cento delle grandi imprese italiane e nell'11 per cento delle piccole medie imprese (PMI). Solo il 17 per cento delle PMI organizza corsi di formazione informatica per i propri addetti, contro il 67 per cento delle grandi. Il divario nell'adozione di intelligenza artificiale segue lo stesso schema: nel 2025 la usa il 53,1 per cento delle grandi imprese, contro il 15,7 per cento delle piccole e medie imprese, secondo dati <a href="https://www.agendadigitale.eu/industry-4-0/adozione-ai-nelle-imprese-italia-ue-e-g7-a-confronto-gli-ultimi-dati/">Istat-Eurostat</a>.
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L'OCSE, nel <a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-compendium-of-productivity-indicators-2025_b024d9e1-en.html">Compendium of Productivity Indicators 2025</a>, ha confermato che in media nei paesi avanzati le grandi imprese producono circa il doppio di valore aggiunto per ora lavorata rispetto alle piccole imprese, anche perché adottano più facilmente le nuove tecnologie. La dimensione non è solo un indicatore di scala, ma è la precondizione per fare quelle cose che nel lungo periodo fanno crescere la produttività.
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Negli episodi precedenti abbiamo visto che l'Italia ha mancato la rivoluzione dell'ICT negli anni Duemila, il decennio in cui internet stava ridisegnando l'economia mondiale. La struttura produttiva del paese, frammentata in milioni di microimprese che non potevano permettersi di investire in tecnologia, è una delle spiegazioni di quel fallimento, anche se non l'unica: come vedremo, contano anche la qualità del management, la spesa in ricerca e sviluppo e le competenze della forza lavoro.
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<h2>Il sistema che premia il restare piccoli</h2>
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A questo punto la domanda è ovvia: perché le imprese italiane restano piccole? È una scelta degli imprenditori, oppure c'è qualcosa nel sistema che li spinge a non crescere?
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Per decenni, crescere in Italia ha avuto un costo specifico e misurabile. Lo Statuto dei Lavoratori, cioè la legge del 1970 che ha introdotto forti tutele per i dipendenti e limiti più stringenti ai licenziamenti nelle imprese sopra certe soglie dimensionali, e in particolare l'articolo 18, si applicava solo alle imprese con più di quindici dipendenti. Superare quella soglia significava esporsi a vincoli e costi di gestione del personale molto più stringenti. La letteratura economica, a partire da uno <a href="https://lavoce.info/archives/31703/piccole-imprese-non-crescono-fa-paura-statuto-2/">studio di Fabiano Schivardi e Roberto Torrini</a> pubblicato nel 2008, ha documentato una flessione statisticamente significativa nella distribuzione delle imprese italiane proprio attorno ai quindici addetti.
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Il Jobs Act del 2015 introdotto dal governo di Matteo Renzi ha ridotto quell'effetto di soglia, ma non lo ha eliminato. Ancora oggi superare i quattordici dipendenti attiva una serie di obblighi aggiuntivi che rendono la crescita più costosa. Nel luglio 2025 la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 118, ha definito "anacronistico" il criterio dei quindici dipendenti come discrimine tra piccole e grandi imprese, pur intervenendo nel merito specifico sui massimali risarcitori per licenziamento, non sulla soglia in sé. Un segnale che anche sul piano giuridico quel confine è sempre più difficile da difendere.
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Ma il disincentivo normativo è solo parte della storia. L'altra parte è culturale e storica, e affonda le radici nel modello di sviluppo che ha fatto grande l'Italia nel dopoguerra.
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Il miracolo economico italiano, quello delle grandi fabbriche, dell'acciaio e dell'automobile, si era esaurito già alla fine degli anni Settanta. A partire dagli anni Settanta emerse però un secondo modello: quello dei distretti industriali della cosiddetta Terza Italia. Piccole imprese specializzate, radicate nel territorio del Nordest e del Centro, collegate da reti informali di subfornitura. Fu Giacomo Becattini, con il suo lavoro del 1987 <em>Mercato e forze locali: il distretto industriale</em>, a teorizzarne la logica: queste imprese non competevano da sole, ma come sistema. Un ambiente in cui i legami sociali e la fiducia permettono di cooperare senza le strutture formali che solo le grandi organizzazioni possono permettersi.
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Per circa un ventennio, dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta, quel sistema ha funzionato. Ha prodotto il made in Italy, ha esportato moda, meccanica, alimentare in tutto il mondo, ha generato benessere diffuso in aree che non avevano mai avuto una tradizione industriale. Poi il mondo è cambiato e il modello non ha saputo cambiare con lui.
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Quando negli anni Duemila internet ha cominciato a ridisegnare le catene del valore globali, a moltiplicare le economie di scala nei servizi, a rendere la tecnologia digitale il principale driver di produttività, le piccole imprese dei distretti si sono trovate strutturalmente escluse. Il problema non era tanto che i loro imprenditori fossero meno capaci, ma che la dimensione non permetteva loro di investire abbastanza per stare al passo. Come ha mostrato uno <a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w23964/w23964.pdf">studio degli economisti Pellegrino e Zingales</a>, tra le ragioni del crollo della produttività totale dei fattori italiana dopo il 2000 c'è la scarsa diffusione di pratiche meritocratiche nelle imprese, un tratto tipico del capitalismo familiare e della gestione basata sulla fedeltà che funziona nelle piccole imprese, ma diventa un freno quando si tratta di adottare tecnologie che richiedono organizzazioni più complesse.
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La classe dirigente politica ha continuato nel frattempo a celebrare il piccolo come un valore in sé. "Piccolo è bello" è rimasto lo slogan implicito di decenni di politica industriale italiana, ben oltre il momento in cui era ancora vero. Il risultato è che l'Italia è entrata nel terzo millennio con una struttura produttiva pensata per l'economia del secondo.
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<h2>Il paradosso delle medie imprese</h2>
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Le imprese italiane che riescono però a crescere di dimensione non sono solo competitive, ma sono addirittura tra le più competitive d'Europa.
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Secondo il <a href="https://www.tagliacarne.it/news/medie_imprese_italia_batte_per_produttivita_germania_francia_e_spagna-4082/">XXIV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane</a> elaborato da Mediobanca, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne nel 2025, le 3.650 medie imprese industriali italiane (definite come quelle con proprietà familiare, tra 50 e 499 addetti e un fatturato tra 19 e 415 milioni di euro) hanno aumentato la propria produttività del 31,3 per cento tra il 2014 e il 2023. È un dato migliore del 20 per cento francese, del 30 per cento spagnolo e anche del 26 per cento tedesco.
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Il problema dell'Italia è che troppo poche riescono a raggiungere la taglia in cui diventano competitive. Mentre in Germania le imprese con più di 250 addetti rappresentano lo 0,48 per cento del totale, in Italia sono lo 0,09 per cento, cinque volte meno, secondo una <a href="https://www.osservatori.net/blog/innovazione-digitale-nelle-pmi/pmi-ecosistema-imprenditoriale-italiano-confronto-ue/">ricostruzione</a> degli Osservatori del Politecnico di Milano. Questa differenza è il segmento che guida l'innovazione, trascina i fornitori, forma le competenze, paga i salari più alti. Se l'Italia avesse la stessa proporzione di grandi imprese della Germania, l'intera curva della produttività si sposterebbe verso l'alto.
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<h2>Cosa fare: aggregare, non proteggere</h2>
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La soluzione non è distruggere il tessuto di microimprese che dà lavoro a milioni di persone. Ma è creare le condizioni perché quelle con il potenziale per crescere lo facciano, per perché le risorse si spostino progressivamente verso usi più produttivi. Questo richiede di agire su più leve contemporaneamente.
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La prima è normativa e in particolar modo superare i disincentivi alla crescita dimensionale. Che nella pratica significa ripensare il modo in cui il sistema regolatorio distingue tra imprese piccole e grandi, evitando che ogni soglia dimensionale diventi un muro invisibile. È necessario disegnare regole che non scoraggino la crescita di chi vuole crescere.
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La seconda è finanziaria e riguarda il finanziamento delle imprese. Le imprese italiane che crescono, infatti, si finanziano quasi esclusivamente tramite banche. Il mercato dei capitali italiano è sottosviluppato rispetto a quello tedesco, francese e britannico e questo limita la disponibilità di risorse per le imprese in espansione. La Germania ha costruito il suo Mittelstand anche grazie alla KfW, la banca pubblica di sviluppo che fornisce credito a lungo termine alle imprese medie a condizioni che il mercato ordinario non offre. L'Italia non ha un equivalente altrettanto efficace.
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La terza è culturale e manageriale. Il capitalismo familiare italiano ha storicamente privilegiato il controllo sulla crescita: meglio restare piccoli e indipendenti che crescere aprendo il capitale a soci esterni o assumendo manager professionali. Questo è comprensibile, ma ha un costo. Solo un terzo delle imprese familiari italiane supera il primo ricambio generazionale e appena il 4 per cento arriva al quarto. Ogni passaggio generazionale è un rischio di ridimensionamento o dissoluzione. Le politiche che facilitano la successione, la quotazione in borsa, l'ingresso di fondi di investimento nelle PMI vanno nella direzione giusta, ma sono ancora troppo marginali nel dibattito pubblico italiano.
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La quarta leva è quella delle aggregazioni di filiera. I contratti di rete, introdotti in Italia nel 2009, permettono a più imprese di collaborare mantenendo l'autonomia giuridica. Sono uno strumento utile ma ancora sottoutilizzato, spesso perché gli incentivi fiscali non sono stati abbastanza robusti da compensare i costi di coordinamento. Incentivare fusioni e acquisizioni nella stessa filiera, con meccanismi analoghi a quelli usati in altri paesi europei, potrebbe accelerare il processo di consolidamento senza richiedere alle imprese di rinunciare alla propria identità.
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Nessuna di queste leve produce risultati immediati. La struttura dimensionale di un sistema produttivo cambia in decenni, non in anni. Ma il punto di partenza è riconoscere che il problema esiste, che ha cause identificabili e che ha soluzioni conosciute. Paesi europei con punti di partenza non lontani dall'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Polonia negli anni Novanta, hanno cambiato la composizione del loro tessuto produttivo quando hanno costruito le condizioni istituzionali e finanziarie per farlo.
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La narrazione del "piccolo è bello" ha avuto il suo tempo. Quello che serve ora è una narrazione diversa: le imprese italiane che crescono sono le più produttive d'Europa. Il problema è che sono troppo poche.
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Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perché la spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse d'Europa e cosa succederebbe se riuscissimo a portarla anche solo alla media europea.
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      <title>Gli stipendi crescono solo dove cresce la produttività</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/03-crescitazero.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/03-crescitazero.html</guid>
      <pubDate>Mon, 22 Jun 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>L'Italia è l'unico grande paese europeo con i salari reali più bassi di trent'anni fa. Senza crescita economica e della produttività, gli stipendi non possono crescere.</description>
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L'Italia è l'unico grande paese europeo con i salari reali più bassi di trent'anni fa. Senza crescita economica e della produttività, gli stipendi non possono crescere.
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Questo è il terzo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos'è successo alla crescita italiana. <a href="https://crescitazero.it/index.html#articoli">Qui trovi gli altri articoli</a>.
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L'Italia è l'unico grande paese europeo in cui i salari reali, cioè il potere d'acquisto effettivo delle buste paga al netto dell'inflazione, sono più bassi dei primi anni Novanta. Secondo l'<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-perche-i-salari-sono-cosi-bassi-in-italia">Osservatorio sui conti pubblici italiani</a> dell'Università Cattolica, tra il 1990 e il 2023 i salari reali sono cresciuti del 31 per cento in Germania e del 25 per cento in Francia, mentre in Italia sono rimasti invariati. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0954349X25001237">studio</a> pubblicato nel 2025 sulla serie 1995-2023 calcola per l'Italia un calo del 6,9 per cento, il risultato peggiore dell'Eurozona. Siamo anche l'unico paese del G7 in cui il <a href="https://wol.iza.org/articles/the-labor-market-in-italy/long">salario medio</a> annuo è inferiore a quello di vent'anni prima, mentre nei paesi dell'Est Europa, come la Polonia, i salari reali sono nel frattempo più che raddoppiati. L'inflazione seguita alla pandemia ha allargato ulteriormente la distanza, perché tra il 2019 e il 2024 le buste paga reali italiane sono scese mentre nella media dell'Unione crescevano.
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<p><strong>Gli stipendi italiani sono fermi a oltre vent&#x27;anni fa</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/EteNc/1/">Grafico interattivo</a></p>
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Il punto di partenza per capire l'eccezione italiana è il legame tra gli stipendi e la produttività, cioè il valore che ogni ora di lavoro riesce a generare. Un'economia, come abbiamo visto nella <a href="https://crescitazero.it/articoli/02-crescitazero.html">puntata precedente</a>, può discutere di come dividere il valore che crea, ma non può distribuire un valore che non ha creato. La forza dei sindacati e la generosità dei contratti pesano sulla parte di quel valore che finisce nelle buste paga, mentre la produttività decide quanto ce n'è da dividere e resta così il presupposto di ogni aumento duraturo. Quel legame però non è più solido come un tempo: negli ultimi quarant'anni si è allentato in quasi tutti i paesi avanzati e in Italia si è trasformato in un circolo vizioso che tiene ferme insieme produttività e retribuzioni.
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<h2>Il meccanismo di fondo</h2>
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In un mercato del lavoro in cui molte imprese competono per molti lavoratori, la teoria economica prevede che ogni dipendente tenda a essere pagato quanto il suo lavoro aggiunge ai ricavi dell'azienda. Se un'impresa pagasse meno, un concorrente avrebbe convenienza a portarle via il lavoratore offrendogli qualcosa in più. Se pagasse stabilmente più di quanto quel lavoro produce, accumulerebbe perdite fino a fallire. Il salario finisce così agganciato alla produttività, anche se la realtà è meno pulita del modello: contano anche il potere negoziale dei lavoratori, le istituzioni e le regole del mercato del lavoro, ma la produttività resta la base su cui tutto il resto muove.
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Pensiamo a due panifici che producono entrambi mille pagnotte al giorno. Il primo usa un forno tradicional e quattro dipendenti per otto ore ciascuno, trentadue ore di lavoro in totale, mentre il secondo ha un forno più efficiente e impiega tre dipendenti per le stesse otto ore, quindi ventiquattro. A parità di prezzo delle pagnotte, il secondo panificio crea più valore per ogni ora lavorata, circa un terzo in più, e ha quindi i margini per pagare meglio i suoi dipendenti. Il primo resta incastrato, perché alzare gli stipendi senza quel valore aggiuntivo significherebbe andare in perdita.
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Anna Stansbury e Lawrence Summers, due economisti di Harvard, hanno <a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w24165/w24165.pdf">analizzato</a> i dati dell'economia americana dal 1973 al 2014 trovando che per ogni punto percentuale di crescita della produttività la compensazione dei lavoratori, cioè lo stipendio più i contributi previdenziali e i benefit aziendali, cresce di circa tre quarti di punto. Il rapporto non è uno a uno, perché una parte dei guadagni va ai profitti delle imprese, ma la relazione è forte, persistente e statisticamente solida.
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Oggi lo stipendio medio tedesco, corretto per il costo della vita, <a href="https://www.oecd.org/en/data/indicators/average-annual-wages.html">supera</a> quello italiano di circa il 36 per cento, mentre trent'anni fa la differenza era molto più contenuta. Il lavoratore italiano che fa lo stesso mestiere del collega tedesco, per lo stesso numero di ore e con lo stesso impegno, porta a casa uno stipendio più basso perché opera in un sistema che produce meno valore. Come abbiamo visto nel <a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html">primo episodio</a> di questa serie, un'ora di lavoro in Italia genera circa due terzi di quanto genera un'ora in Germania. Dove la produttività è cresciuta c'era più valore da trasformare in retribuzioni, dove si è fermata non c'era niente da redistribuire.
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<h2>Un legame che si è allentato</h2>
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Per quasi un secolo il legame tra produttività e salari è sembrato una legge ferrea dell'economia. Negli Stati Uniti tra il 1948 e il 1979 la produttività <a href="https://www.epi.org/productivity-pay-gap/">crebbe</a> del 108 per cento e la retribuzione oraria media del 107, praticamente in parallelo, e lo stesso accadeva nell'Europa del boom del dopoguerra. La quota del reddito nazionale che finisce in salari anziché in profitti era così stabile nel tempo che gli economisti la trattavano come una costante.
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A partire dalla fine degli anni Settanta la relazione si è incrinata; i <a href="https://www.epi.org/productivity-pay-gap/">dati</a> dell'Economic Policy Institute, il centro studi americano che da più tempo ricostruisce queste serie, mostrano che tra il 1979 e il 2024 la produttività degli Stati Uniti è cresciuta del 72 per cento mentre la retribuzione oraria del lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione, è salita del 17 per cento, un divario di 55 punti percentuali accumulato in quarantacinque anni. Due studiosi del MIT, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, lo hanno battezzato "Grande Disaccoppiamento", ma il fenomeno va oltre gli Stati Uniti. Uno <a href="https://www.oecd.org/en/publications/decoupling-of-wages-from-productivity_d4764493-en.html">studio</a> dell'OCSE del 2018 su 24 paesi documenta che in circa due terzi di essi la quota di reddito destinata al lavoro è diminuita e che quasi ovunque il salario medio è cresciuto più di quello mediano, segno che i guadagni si sono concentrati nella parte alta della distribuzione.
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Una parte del divario dipende da come lo si misura. La produttività viene calcolata con un indice dei prezzi diverso da quello usato per i salari reali e spesso i grafici più citati confrontano la produttività dell'intera economia con il solo stipendio, senza contributi e benefit. Gli stessi ricercatori dell'EPI hanno <a href="https://www.epi.org/publication/understanding-the-historic-divergence-between-productivity-and-a-typical-workers-pay-why-it-matters-and-why-its-real/">rifatto</a> i conti con criteri omogenei e hanno trovato che le correzioni statistiche riducono il divario di circa un quarto, mentre almeno due terzi restano anche dopo le correzioni. Il disaccoppiamento è dunque meno spettacolare di quanto appaia nei grafici, ma esiste. Perché è successo?
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La prima spiegazione è la tecnologia, che ha reso il capitale più conveniente del lavoro. Computer, software e macchinari costano sempre meno in rapporto agli stipendi e per le imprese è diventato razionale sostituire persone con macchine ovunque sia possibile. Uno <a href="https://www.nber.org/papers/w19136">studio</a> del 2014 stima che il calo del prezzo dei beni di investimento spieghi circa la metà della riduzione globale della quota di reddito che va al lavoro. L'automazione ha colpito soprattutto le mansioni ripetitive a media qualifica, dagli impiegati amministrativi agli operai di linea, svuotando il centro della distribuzione dei salari mentre i guadagni si concentravano su chi le macchine le progetta e le gestisce.
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La seconda spiegazione è la globalizzazione, che ha messo i lavoratori dei paesi ricchi in concorrenza diretta con quelli dei paesi emergenti. L'<a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.103.6.2121">analisi più citata</a> sull'ingresso della Cina nel commercio mondiale mostra che le aree degli Stati Uniti più esposte alla concorrenza delle importazioni cinesi hanno subito perdite di occupazione manifatturiera e riduzioni dei salari durate più di un decennio. La sola possibilità di delocalizzare ha poi indebolito il potere negoziale anche nelle fabbriche rimaste, perché chiedere aumenti è più difficile quando l'alternativa è lo spostamento della produzione all'estero.
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La terza spiegazione riguarda le istituzioni e i rapporti di forza. Negli Stati Uniti la quota di lavoratori iscritti a un sindacato è passata dal 24 per cento del 1979 a circa il 10 per cento di oggi, il salario minimo federale ha perso circa il 30 per cento del valore reale rispetto al picco del 1968 e le grandi imprese hanno esternalizzato pulizie, sicurezza e logistica verso appaltatori che pagano meno per le stesse mansioni. Stansbury e Summers hanno <a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w27193/revisions/w27193.rev0.pdf">mostrato</a> che il declino del potere contrattuale dei lavoratori spiega l'insieme dei dati americani meglio delle spiegazioni alternative. Una <a href="https://www.csls.ca/ipm/41/IPM_41_Mishel.pdf">stima</a> dello stesso EPI attribuisce "almeno tre quarti della divergenza totale" a scelte politiche deliberate, non a forze di mercato ineluttabili.
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Le istituzioni spiegano anche perché il disaccoppiamento non è uguale ovunque. Lo studio OCSE <a href="http://www.csls.ca/ipm/32/Schwellnus_Kappeler_Pionnier.pdf">nota</a> che il divario tra produttività e salario mediano è più contenuto nei paesi con contrattazione collettiva più centralizzata e salari minimi più generosi. In Francia il salario minimo, indicizzato all'inflazione e al potere d'acquisto, ha tenuto le buste paga agganciate alla produttività più che altrove. La Germania ha attraversato invece un lungo periodo di moderazione salariale dopo le riforme del mercato del lavoro dei primi anni Duemila, con la produttività cresciuta più dei salari per oltre un decennio. Nei paesi dell'Europa centro-orientale un'<a href="https://wiiw.ac.at/decoupling-of-labour-productivity-growth-from-median-wage-growth-in-central-and-eastern-europe-dlp-5356.pdf">analisi</a> ha rilevato un disaccoppiamento anche marcato ma salari comunque in forte crescita, perché quando la produttività corre anche una quota ridotta dei guadagni basta a far salire le retribuzioni. La lezione dei confronti internazionali è che la produttività resta la condizione necessaria per avere salari più alti, mentre le istituzioni decidono quanta parte dei guadagni arriva davvero nelle buste paga.
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<h2>Il circolo vizioso italiano</h2>
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Se il legame funzionasse in una direzione sola, la situazione italiana sarebbe preoccupante ma semplice da diagnosticare: basterebbe trovare il modo di far ripartire la produttività. La relazione però funziona anche al contrario ed è questo a rendere il caso italiano più insidioso.
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Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0264999323003838">ricerca</a> dell'economista Claudia Fontanari su quattordici paesi europei tra il 1995 e il 2018 ha mostrato che quando i salari ristagnano a lungo la produttività stessa smette di crescere, con un effetto persistente che si rafforza nel tempo. Il meccanismo è abbastanza intuitivo, perché un'impresa che può contare su manodopera a basso costo ha meno incentivi a investire in tecnologia, automazione e organizzazione. Perché spendere centinaia di migliaia di euro per un macchinario nuovo se si possono assumere lavoratori a costi contenuti? Perché ripensare l'organizzazione del lavoro se quella attuale, per quanto inefficiente, sta in piedi? In un contesto di salari bassi e scarsa concorrenza, la convenienza immediata prevale sull'efficienza di lungo periodo e a sopravvivere non sono le imprese più innovative, ma quelle più brave a contenere il costo del lavoro.
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Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0954349X25000815">studio</a> pubblicato nel 2025 ha confermato questo schema per il caso italiano. Dagli anni Novanta l'Italia ha attraversato una fase prolungata di moderazione salariale, accompagnata da riforme del mercato del lavoro orientate alla flessibilità. L'aspettativa era che un costo del lavoro più contenuto avrebbe stimolato l'occupazione e, nel tempo, la competitività. L'effetto principale è stato invece la sopravvivenza delle imprese meno produttive, tenute in vita proprio dai bassi salari, mentre il sistema nel suo complesso perdeva la pressione a rinnovarsi. La struttura produttiva ha smesso di evolversi e con lei la produttività. Paolo Sylos Labini, uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, lo sosteneva già negli anni Ottanta: i salari alti spingono le imprese a sostituire lavoro con macchine e a cercare guadagni di efficienza, la manodopera a buon mercato toglie ogni urgenza di farlo.
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È il paradosso con cui l'Italia convive da trent'anni. I salari sono bassi perché la produttività non cresce e la produttività non cresce anche perché i salari sono bassi, un circolo vizioso che nessuna misura singola può spezzare e che richiede di intervenire su più fronti insieme.
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<h2>Cosa fare</h2>
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Il quadro che emerge è quello di un legame che resta la struttura portante dei salari ma che ha smesso di funzionare in automatico. La produttività fissa il tetto di quanto un'economia può pagare chi lavora, mentre tecnologia, globalizzazione e soprattutto istituzioni decidono quanto di quel tetto viene effettivamente raggiunto. Nella maggior parte dei paesi avanzati il problema degli ultimi quarant'anni è stato distributivo, con una produttività in crescita e buste paga che la inseguivano sempre più da lontano. In Italia il problema è doppio, perché manca la crescita della produttività da distribuire e mancano in parte i meccanismi per distribuirla.
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Senza una produttività che riparte nessuna politica salariale può produrre aumenti duraturi, perché alleggerire le tasse sul lavoro, sostenere i redditi più bassi o rinnovare i contratti sono interventi che spostano porzioni di una torta ferma. L'esperienza degli altri paesi insegna allo stesso tempo che la produttività da sola non basta più e che servono meccanismi capaci di trasferirne i guadagni, a partire da una contrattazione che funzioni anche a livello aziendale e da un mercato del lavoro che non intrappoli una parte dei lavoratori nella precarietà. L'esperienza italiana aggiunge un avvertimento: comprimere i salari per recuperare competitività è una scorciatoia che dopo trent'anni ha lasciato il paese con gli stipendi più bassi e con la stessa produttività di partenza.
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Nella prossima puntata di CrescitaZero vedremo come la ridotta dimensione delle aziende italiane abbia creato le condizioni ideali per esacerbare il blocco dei salari e della produttività.
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      <title>Perché la crescita è fondamentale per la democrazia</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/02-crescitazero.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/02-crescitazero.html</guid>
      <pubDate>Mon, 08 Jun 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Approfondimento</category>
      <description>La crescita non è una torta di dimensioni fisse da spartire. È la condizione che tiene in piedi pensioni, conti pubblici e fiducia nelle istituzioni.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>
La crescita non è una torta di dimensioni fisse da spartire. È la condizione che tiene in piedi pensioni, conti pubblici e fiducia nelle istituzioni.
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Questo è il secondo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos'è successo alla crescita italiana. <a href="https://crescitazero.it/">Qui trovi il manifesto</a>.
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Nel dibattito pubblico la ricchezza viene spesso descritta come una torta. Ogni fetta della torta consente di soddisfare una necessità: scuola, pensioni, sanità, sussidi. Spesso in questi discorsi, la dimension della torta è fissa. Se una fetta si allarga, un'altra deve restringersi e il compito della politica sarebbe soltanto decidere come distribuire le porzioni. È un'immagine intuitiva e per questo molto diffusa. È anche profondamente sbagliata, perché la torta non ha dimensioni date una volta per tutte. Può crescere e quando cresce le fette aumentano per tutti. Oppure diminuire, nel momento in cui un Paese entra in crisi.
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Per gran parte della storia umana, però, la torta è stata davvero quasi fissa. Uno <a href="https://www.nber.org/papers/w28623">studio</a> recente ha ricostruito la produttività dell'Inghilterra dal 1250 in poi e ha trovato che per oltre tre secoli, fino al 1600, non crebbe quasi per nulla. Solo dopo cominciò a salire, prima intorno al 2 per cento per decennio, poi fino al 5 per cento per decennio nella prima metà dell'Ottocento. Prima di allora ogni miglioramento veniva riassorbito dall'aumento della popolazione, in quella che gli economisti chiamano trappola malthusiana, dal nome di Thomas Robert Malthus. Si produceva un po’ di più, ma essendo anche in più si tornava al punto di partenza.
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Quel mondo quasi fermo era anche, sul piano sociale, un gioco a somma zero. Adrian Wooldridge, nel libro <em>The Revolutionary Center</em>, descrive le società pre-liberali come ostinatamente votate alla stasi: in assenza di crescita della produttività, ciò che uno guadagnava un altro lo perdeva. La famiglia e il lignaggio contavano più dell'individuo, ridotto a pedina al servizio della perpetuazione della stirpe, e la morale aristocratica non chiedeva realizzazione personale ma adempimento del ruolo assegnato dalla nascita. Era un mondo di "certezze collettive", in cui il merito del singolo contava poco.
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La crescita economica moderna ha rotto quel duplice vincolo, materiale e sociale. Poter aumentare stabilmente il reddito di ciascuno, non solo la produzione complessiva, è una conquista recente e non lo stato naturale delle cose. È ciò che ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà nel giro di poche generazioni. Rinunciare alla crescita, perciò, non è una scelta neutra. Le sue conseguenze si vedono sulla povertà, sulle promesse che una società si scambia al suo interno e sulla tenuta della democrazia.
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<h2>Crescere è il modo per uscire dalla povertà</h2>
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Torniamo all’esempio della torta. Se la torta non cresce, la decisione chiave riguarda la dimensione e il numero delle fette. Chi ha più potere decisionale ha la possibilità quindi di essere avvantaggiato a scapito degli altri. Quando un'economia cresce invece, i benefici non si concentrano solo tra i più ricchi. Uno <a href="https://link.springer.com/article/10.1023/A:1020139631000">studio</a> della Banca Mondiale intitolato "Growth Is Good for the Poor" ha analizzato ottanta Paesi tra il 1960 e il 2000 e ha trovato che il reddito del quinto più povero della popolazione cresceva in media nella stessa proporzione del reddito medio. La crescita aggregata, in altre parole, si trasmetteva quasi per intero anche a chi stava peggio. Redistribuire senza crescere significa spostare porzioni di una torta che resta uguale, mentre crescere aumenta la quantità totale a disposizione.
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I Paesi che sono cresciuti più rapidamente, dalla Cina all'India al Vietnam, sono anche quelli che hanno tolto dalla povertà assoluta il maggior numero di persone nella storia, mentre dove la crescita è mancata la povertà è rimasta. Rinunciare alla crescita significa, nei fatti, rinunciare allo strumento che più di ogni altro ha migliorato le condizioni materiali di chi parte svantaggiato.
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La distribuzione, certo, conta. La redistribuzione resta uno strumento legittimo e spesso necessario per correggere disuguaglianze eccessive e una crescita che leaves indietro interi gruppi può alimentare essa stessa risentimento e chiusura. Il punto è un altro: redistribuzione e crescita non sono alternative tra cui scegliere, ma la crescita è la condizione che rende possibile la prima. Si possono preconizzare diversamente le porzioni di una torta ferma, ma se la torta non cresce ogni guadagno per qualcuno è una perdita per qualcun altro, e la politica torna a essere quel gioco a somma zero in cui ci si contende risorse che non aumentano. Una società che decide di non crescere non sta scegliendo più equità, sta scegliendo di tenere ferme dove sono le persone che stanno peggio.
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L'obiezione più comune è che un mondo a risorse finite non possa crescere all'infinito. Le risorse naturali sono effettivamente limitate, ma il progresso tecnologico cambia di continuo il modo in cui le usiamo. Una parte importante della crescita consiste proprio nel produrre di più consumando meno e i limiti che percepiamo come invalicabili sono quasi sempre quelli della tecnologia di oggi, non quelli del mondo. La robotica e l'intelligenza artificiale sono soltanto l'esempio più recente di una frontiera che si sposta e allarga lo spazio del possibile.
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<h2>Le promesse che si reggono sulla crescita</h2>
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La crescita è quindi il collante di un sistema di promesse che una società si scambia al proprio interno: tra generazioni, con il patto sulle pensioni; tra cittadini e Stato, con le tasse in cambio di servizi e di un debito gestibile; tra chi resta e chi potrebbe partire, perché restare conviene se ci sono opportunità. Quando la crescita si ferma, le premesse su cui questi patti poggiano si incrinano.
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Tutte queste promesse hanno una cosa in comune: sono scommesse sul futuro. Un lavoratore versa i contributi pensionistici oggi confidando che qualcuno nel futuro pagherà la sua pensione domani. Un giovane decide di restare in Italia oggi confidando che il Paese gli offrirà opportunità lavorative e di vita negli anni a venire. La crescita è ciò che rende credibili queste scommesse, perché un'economia che si allarga può onorare impegni più grandi di quelli presi quando li ha assunti. Dove la crescita manca, ogni promessa diventa più difficile da mantenere e chi dovrebbe fidarsi comincia a dubitare.
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Il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione. Significa che i contributi versati oggi dai lavoratori non vengono accantonati per le loro pensioni future, ma pagano subito le pensioni di chi ha già smesso di lavorare. Il sistema regge finché i salari crescono e la popolazione in età lavorativa non si riduce, perché in quel caso i contributi raccolti bastano a pagare pensioni dignitose. Quando le due condizioni vengono meno insieme, come sta accadendo ora, il patto comincia a scricchiolare.
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L'Italia ha uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo, con 1,18 figli per donna nel 2024 contro i 2,1 necessari a mantenere stabile la popolazione. Secondo le <a href="https://demo.istat.it/app/?i=PPR&amp;l=it">proiezioni</a> dell'Istat la popolazione in età lavorativa si ridurrà di quasi il 30 per cento entro il 2050, mentre la quota di anziani continuerà a salire. Sempre meno lavoratori dovranno sostenere sempre più pensionati, e questo accade proprio mentre la crescita, che potrebbe compensare il calo dei contribuenti con salari più alti, è ferma.
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La spesa pensionistica italiana vale circa il 16 per cento del prodotto interno lordo, una delle quote più alte al mondo. Le <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2024/Ltdmlpdspess-2024.pdf">proiezioni</a> ufficiali della Ragioneria Generale dello Stato indicano un picco intorno al 17 per cento del PIL nel 2040, seguito da una lenta discesa. Quella discesa, però, si regge su un'ipotesi di crescita della produttività di circa l'1 per cento all'anno, quasi dieci volte il ritmo dell'ultimo decennio, vicino allo 0,1 per cento. Se la produttività resta dov'è lo scenario rassicurante non si realizza. Le pensioni di domani dipendono dalla crescita di oggi.
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La promessa tra cittadini e Stato riposa invece sul debito pubblico e funziona come il mutuo di una famiglia. Se il reddito della famiglia cresce più in fretta del tasso di interesse pagato, il peso del mutuo si alleggerisce da solo con il passare degli anni. Ci sono più soldi ogni anno per pagare una rata che è fissa in valore. Se il reddito smette di crescere mentre gli interessi corrono, lo stesso debito diventa ogni anno più pesante, anche senza prendere a prestito un euro in più. Per uno Stato il ragionamento è analogo. L'Italia ha un debito pubblico vicino al 137 per cento del PIL e, quando il tasso di interesse che lo Stato paga supera il ritmo di crescita dell'economia, il rapporto tra debito e PIL aumenta da sé. Per stabilizzarlo lo Stato deve incassare stabilmente più di quanto spende, e il Fondo Monetario Internazionale ha <a href="https://www.imf.org/en/news/articles/2025/07/21/pr-25258-italy-imf-executive-board-concludes-2025-article-iv-consultation">stimato</a> che servirebbe un avanzo primario di circa il 3 per cento del PIL per riportare il debito su un sentiero discendente.
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Le sole politiche pro-crescita non bastano a stabilizzare il debito. Un'<a href="https://tobin.yale.edu/research/pro-growth-policies-alone-cant-stabilize-federal-debt">analisi</a> del Tobin Center dell'Università di Yale ha mostrato, per gli Stati Uniti, che servono comunque scelte di bilancio, perché nessun tasso di crescita realistico cancella da solo un disavanzo strutturale. La crescita può però rendere quell'aggiustamento molto meno doloroso, perché un'economia che si allarga sopporta lo stesso debito con minori sacrifici. Non rende inutile la disciplina dei conti, ma la rende sostenibile.
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Nel 2024 hanno <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente-anni-2023-2024/">lasciato l'Italia</a> 156 mila cittadini italiani, un terzo dei quali tra i venticinque e i trentaquattro anni, a fronte di appena 53 mila rientri. È la terza promessa che si rompe, quella tra chi resta e chi potrebbe andarsene. La Fondazione Nord Est ha <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/10/23/in-13-anni-emigrati-550mila-giovani-meta-sono-laureati_93414bbc-b62f-481c-9f69-66480fe6d3fb.html">calcolato</a> che tra il 2011 e il 2023 sono emigrati circa 550 mila giovani, un capitale umano valutato in 134 miliardi di euro di formazione pagata dallo Stato e dalle famiglie per persone che produrranno ricchezza altrove.
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Un aumento significativo dell'emigrazione fa calare di quasi il 5 per cento la nascita di nuove imprese nel territorio di origine. Lo ha mostrato uno <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/app.20210194">studio</a> su dati italiani pubblicato nel 2023, secondo cui solo un terzo di questo effetto è meccanico. Il resto dipende dal fatto che a partire sono le persone più intraprendenti, quelle con più probabilità di avviare un'attività. Si crea allora un circolo vizioso, in cui meno opportunità spingono i giovani ad andarsene, mentre la loro partenza riduce ulteriormente le opportunità per chi resta.
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Dietro queste partenze c'è soprattutto il divario nelle retribuzioni, che a sua volta dipende dalla produttività. È il legame tra produttività e salari, il motivo per cui in Italia le buste paga sono ferme da trent'anni, che racconteremo nel prossimo episodio fra due settimane.
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<p><strong>L&#x27;emigrazione verso l&#x27;estero sta crescendo</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/u1vDd/1/">Grafico interattivo</a></p>
<h2>Una democrazia che funziona ha bisogno di crescita</h2>
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Nel 2005 l'economista di Harvard Benjamin Friedman si pose una domanda semplice: che cosa succede a una democrazia quando i redditi smettono di crescere? La sua risposta, costruita su due secoli di storia, fu che la crescita dei redditi alimenta tolleranza, mobilità sociale, apertura verso gli altri e fiducia nelle istituzioni. Quando la crescita si ferma, anche in società già ricche, il movimento si inverte, la politica cerca capri espiatori, la competizione tra gruppi diventa più aspra e le persone smettono di cooperare.
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Non conta tanto il livello assoluto di ricchezza quanto la sua direzione. Un paese può essere ricco e scivolare comunque nella sfiducia e nel conflitto se i redditi ristagnano a lungo. L'Italia, ricca in termini assoluti ma quasi ferma da trent'anni, è uno dei casi più adatti a verificare questa tesi. I sintomi descritti da Friedman, dall'instabilità politica alla fiducia nelle istituzioni ai minimi, sono tutti presenti.
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Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0014292116300587">studio</a> su venti economie avanzate e oltre ottocento elezioni dal 1870 a oggi ha documentato che nei cinque anni successivi a una crisi finanziaria i partiti di estrema destra guadagnano in media il 30 per cento dei voti. Non accade dopo una recessione qualsiasi, ma solo dopo le crises vissute come un fallimento del sistema, quando i cittadini sentono che le istituzioni non li hanno protetti.
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Chi ha vissuto più crescita nel corso della propria vita tende a fidarsi di più del proprio governo, con effetti più marcati nelle democrazie. Lo ha mostrato una <a href="https://academic.oup.com/qje/advance-article/doi/10.1093/qje/qjaf056/8424246">ricerca</a> pubblicata sul Quarterly Journal of Economics, basata su 3,3 milioni di persone in 166 paesi, che individua tra le democrazie avanzate a baixa crescita e bassa fiducia nelle istituzioni proprio Italia, Spagna, Grecia e Giappone. Se ne ricava un circolo vizioso, in cui la bassa crescita erode la fiducia delle persone nello Stato, mentre una società che non si fida fatica ad accettare proprio le scelte che servirebbero a tornare a crescere.
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Un'<a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-survey-on-drivers-of-trust-in-public-institutions-2024-results_9a20554b-en.html">indagine</a> dell'OCSE del 2024 su quasi 60 mila persone in trenta Paesi ha rilevato che il 44 per cento dei cittadini ha poca o nessuna fiducia nel proprio governo e che a pesare più dell'età o dell'istruzione è la percezione di insicurezza economica. Chi si sente vulnerabile sul piano economico si fida meno delle istituzioni ed è più disponibile ad accogliere la proposta politica di chi promette soluzioni semplici.
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In Italia l'insicurezza economica alimenta la domanda di populismo in due modi, come ha mostrato uno <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ecca.12513">studio</a> del 2024. Da un lato in modo diretto, attraverso la paura di perdere reddito e posizione sociale. Dall'altro in modo indiretto, erodendo la fiducia nei partiti tradizionali. Un'altra <a href="https://academic.oup.com/ej/article-abstract/133/653/1677/7017829">ricerca</a> ha calcolato che l'ascesa dei partiti populisti in Italia tra il 2013 e il 2019 ebbe effetti misurabili sui mercati, facendo salire lo spread sui titoli di Stato e innescando un ulteriore legame negativo tra rischio politico e danno economico.
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Demografia, pensioni, partenza dei giovani, debito pubblico e fiducia nelle istituzioni non sono cinque problemi separati con cinque soluzioni separate. Sono lo stesso problema osservato da angolazioni diverse. La crescita è la variabile che li tiene insieme e una torta che non cresce non costringe soltanto a litigare su porzioni più piccole. Logora il patto che tiene unita una società.
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Tornare a crescere non è impossibile e non dipende dalla fortuna. Dipende da scelte precise: aumentare la produttività, investire in capitale fisico e in conoscenza, valorizzare e trattenere le competenze, lasciare che le risorse si spostino verso le imprese che le usano meglio, ridurre rendite e protezioni che difendono l'esistente a scapito di chi prova a entrare. Sono scelte scomode, ma sono le stesse che hanno permesso ad altri paesi europei, partiti anche da posizioni più arretrate, di crescere più dell'Italia.
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Chi propone di smettere di crescere immagina spesso di poter congelare il mondo a come è oggi, conservando i livelli di benessere raggiunti. Ma un mondo fermo non resta fermo. Non esiste una versione stabile della stagnazione, e questa, più di ogni slogan, è la ragione per cui crescere conviene a tutti.
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Nel prossimo episodio di CrescitaZero, fra due settimane, vedremo perché in Italia la busta paga dipende dalla produttività e perché i salari sono tra i pochi in Europa a non essere cresciuti negli ultimi trent'anni.
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      <title>Perché l'Italia è ferma da trent'anni</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html</guid>
      <pubDate>Mon, 25 May 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Analisi Strutturale</category>
      <description>Da trent'anni l'Italia cresce meno degli altri paesi europei. La causa non è la sfortuna né la congiuntura: è la produttività, ferma da due decenni.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>
Da trent'anni l'Italia cresce meno degli altri paesi europei. La causa non è la sfortuna né la congiuntura: è la produttività, ferma da due decenni.
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L'Italia si trova in una stagnazione di lungo periodo che tocca ogni aspetto della vita economica: dai salari reali alla sostenibilità del debito pubblico, dalla capacità di attrarre investimenti esteri alla fuga delle giovani menti verso l'estero. Non si tratta di una congiuntura sfavorevole né di un singolo ciclo andato male, ma di trent'anni di crescita strutturalmente inferiore a quella dei paesi con cui ci confrontiamo e con cui, fino a qualche decennio fa, competevamo: Germania, Francia, o più recentemente Spagna. La narrazione pubblica e mediatica italiana tende a illudersi che ogni rimbalzo sia un cambio di passo, ma i numeri dell'ultimo trentennio restituiscono un'immagine diversa. Purtroppo peggiore.
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<h2>Un paese fermo</h2>
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Tra il 2000 e il 2025 il prodotto interno lordo pro capite italiano è cresciuto di dieci punti percentuali in termini reali, ossia depurando dall’effetto della crescita dei prezzi occorsa nello stesso periodo. Nella stessa finestra temporale la media dell'eurozona ha guadagnato invece quaranta punti, oltre il doppio. La forbice si è aperta gradualmente a metà degli anni Novanta, ha proseguito per tutti gli anni Duemila e ha accelerato dopo la crisi finanziaria del 2008.
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<p><strong>L&#x27;Italia è il paese che cresce meno</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/ZJWmq/1/">Grafico interattivo</a></p>
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Le fasi di espansione che si sono succedute non hanno mai prodotto una crescita autonoma e duratura. Si è trattato per lo più di rimbalzi successivi a crisi precedenti, la Grande Recessione del 2008-2009, la crisi dei debiti sovrani del 2011-2013, il rimbalzo post-Covid del 2021-2022, senza mai accumulare terreno rispetto alla traiettoria europea. Uno studio della Banca d'Italia del luglio 2025 mostra che senza gli effetti del Superbonus 110 sull'edilizia la crescita cumulata negli ultimi cinque anni sarebbe stata circa la metà di quella registrata. Il costo complessivo della misura è stimato in circa 130 miliardi di euro, risorse finanziate con il debito, senza che abbiano prodotto un cambiamento strutturale della capacità produttiva del paese. La Spagna, che nei primi anni Novanta aveva un PIL pro capite inferiore a quello italiano, ha realizzato in trent'anni una traiettoria di crescita marcatamente più sostenuta, riducendo il divario. Anche economie tradizionalmente percepite come stagnanti, come la Francia, hanno mantenuto un differenziale positivo rispetto all'Italia.
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<h2>Come è potuto succedere?</h2>
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Un’indicazione arriva dall'ultimo aggiornamento Istat riguardante la crescita: nel 2024 la produttività del lavoro italiana è scesa dell'1,9 per cento, il valore peggiore di tutta l'Unione, mentre in Spagna e Francia la produttività cresceva.
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<h3>Da cosa dipende la crescita</h3>
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La crescita economica si misura attraverso il Prodotto Interno Lordo, che registra il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un paese in un anno. La sua variazione, positiva o negativa, è il modo più usato per valutare la salute di un sistema economico.
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La crescita del Pil può essere a sua volta scomposta in due: da un lato l'aumento della popolazione attiva e delle ore lavorate, ovvero quanto un'economia è in grado di lavorare nel suo insieme. Dall'altro l'aumento della produttività, ovvero quanto valore aggiunto produce ciascuna ora di lavoro. Una società che mantiene costante la produttività può crescere solo aggiungendo persone o ore. Una società che mantiene costante la popolazione attiva può crescere solo se aumenta la quantità prodotta da ciascuna ora.
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Semplificando, possiamo crescere aumentando le ore lavorate e i lavoratori oppure diventando più bravi e producendo di più a parità di ore e persone.
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Un'economia che cresce solo perché aumenta la popolazione però non si arricchisce davvero: produce di più perché siamo di più, ma ciascuno resta come prima. Per il prodotto interno lordo pro capite, ovvero per il reddito medio di ciascun cittadino che è ciò che determina davvero il tenore di vita, la prima componente sparisce. L'unica vera fonte di crescita del reddito pro capite di lungo periodo è quindi la produttività. Le ore lavorate per persona possono variare entro margini limitati e nel lungo periodo tendono a diminuire in tutte le economie sviluppate. Il resto deve farlo la produttività.
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Robert Solow, Nobel per l’economia, arriva alla stessa conclusione per via diversa. Per Solow un paese può crescere accumulando capitale fisico, ovvero costruendo più fabbriche, comprando più macchinari, dotando ogni lavoratore di più strumenti, ma questa via andrà verso rendimenti decrescenti. La prima macchina aumenta molto la produzione di un operaio, la centesima molto poco. Oltre un certo punto allora l'unica fonte di crescita dell’output per addetto è il progresso tecnico, ovvero la capacità di produrre di più con la stessa quantità di lavoro e capitale grazie a tecnologie nuove, organizzazione del lavoro migliore e idee originali. Questa misura di progresso tecnico viene chiamata produttività totale dei fattori e cattura la capacità di innovare e migliorare.
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Lo aveva sintetizzato Paul Krugman, altro premio Nobel per l'economia, nella formulazione più citata della letteratura sulla crescita: <em>"La produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto. La capacità di un paese di migliorare il suo tenore di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare la produzione per lavoratore"</em>. Tutto il resto, dalla composizione settoriale alle politiche commerciali, può modificare la velocità con cui la produttività si traduce in reddito, ma non può sostituirsi a essa.
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Per l'Italia il vincolo è particolarmente importante perché la popolazione in età lavorativa è in calo strutturale da circa un decennio e l'Istat prevede che continui a contrarsi nei prossimi vent'anni anche tenendo conto dei flussi migratori previsti. Significa che la prima componente della crescita, l'aumento del numero di lavoratori, ha smesso di funzionare. Tutto quello che vorremo ottenere in termini di reddito medio, salari reali, pensioni sostenibili, dovrà arrivare dalla seconda componente, a meno di grossi cambiamenti nelle politiche sui flussi migratori nazionali. Senza un aumento della produttività, in Italia non ci sarà crescita.
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<h2>Il motore della produttività si è inceppato</h2>
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Non è sempre stato così però. L'Italia ha avuto periodi storici in cui la sua produttività cresceva rapidamente. Negli anni Sessanta la produttività totale dei fattori italiana viaggiava al 4,8 per cento all'anno, allineata o superiore alle altre grandi economie europee, e contribuiva in modo decisivo al miracolo economico. Quel motore si è inceppato gradualmente nei due decenni successivi, è arrivato a zero negli anni Nuovanta, è diventato negativo negli anni Duemila e ha addirittura sottratto crescita al sistema economico per buona parte degli anni dal 2008 al 2013. Uno studio della Banca centrale europea pubblicato nel settembre 2021 identifica l'Italia come l'unico grande Paese dell'area euro ad aver registrato una produttività totale dei fattori in territorio negativo per due decenni consecutivi.
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<p><strong>L&#x27;Italia sta diventando meno produttiva</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/I86Mq/1/">Grafico interattivo</a></p>
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Anche la produttività del lavoro, che misura il valore aggiunto prodotto da un'ora lavorata, racconta la stessa storia. L'ultimo report Istat, pubblicato a dicembre 2025 e relativo al periodo 1995-2024, mostra che la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media dello 0,3 per cento all'anno per trent'anni, contro l'1,5 per cento della media dell'Unione europea, cinque volte tanto. Nel decennio più recente la distanza non si è chiusa. Tra il 2014 e il 2024 il dato italiano è rimasto fermo, mentre la Germania ha viaggiato allo 0,9 per cento annuo, la Spagna allo 0,5, la media UE all'1,1.
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La fase post-pandemia non ha modificato la traiettoria di fondo, malgrado l'aumento delle ore lavorate complessive. Negli ultimi cinque anni l'Italia ha aumentato l'occupazione e le ore lavorate più di tutti i partner europei, ma il valore aggiunto prodotto da ciascuna ora è cresciuto solo dell'1,6 per cento in... cinque anni, contro il 3,8 per cento del quinquennio precedente, ed è perfino calato del 3,5 per cento cumulato tra il 2023 e il 2024. La produttività italiana del lavoro nel 2024 è pari al 68 per cento di quella tedesca e all'84 per cento della media dell'area euro. Detto altrimenti, un'ora di lavoro in Italia produce circa due terzi di quanto produce un'ora di lavoro in Germania. La differenza non sta nelle persone, ma nel sistema economico in cui quelle persone lavorano.
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Il blocco italiano si inserisce nel quadro di un più ampio rallentamento economico economico europeo. Il rapporto sulla competitività europea pubblicato da Mario Draghi nel settembre 2024 ricostruisce nel dettaglio il divario fra Unione europea e Stati Uniti. Il PIL dell'Unione, misurato a parità di potere d'acquisto, era il 17 per cento più basso di quello americano nel 2002 ed è il 30 per cento più basso oggi. Il reddito disponibile reale pro capite è cresciuto quasi il doppio negli Stati Uniti rispetto all'Unione europea dal 2000 a oggi. La parte interessante del rapporto è la decomposizione di questo gap. Il 72 per cento del divario di reddito pro capite tra Stati Uniti e Unione europea è spiegato proprio dalla produttività, e solo il 28 per cento dalle ore lavorate. Gli europei lavorano in media meno degli americani, ma il problema vero non è quello: il problema è che ogni ora lavorata produce meno valore. Dentro l'Europa, l'Italia rappresenta il fanalino di coda della produttività.
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<h2>Come si fa crescere la produttività</h2>
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Tornare a crescere non è impossibile. E crescere significa, concretamente, che lavoratori e imprese hanno più risorse a disposizione, salari reali più alti, margini migliori, spazio per investire. La visione per cui l’Italia è un paese in cui la ricchezza è destinata a contrarsi progressivamente è falsa, dipende invece dalle scelte e dai costi che si è disposti a sopportare. Questa serie proverà a capire dove si è inceppato il meccanismo e cosa servirebbe per riavviarlo. Prima, però, occorre capire attraverso quali leve la produttività può crescere.
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<li><strong>L'intensità di capitale:</strong> l'aumento della dotazione di capitale per ciascun lavoratore, ovvero la quantità di macchinari, impianti, software e infrastrutture di cui ogni addetto può disporre. Un operaio con un trapano elettrico produce di più di un operaio con un cacciavite. Negli ultimi vent'anni la composizione del capitale è inoltre cambiata in modo radicale, accanto al capitale fisico tradizionale è diventato sempre più importante il capitale immateriale come software gestionali, banche dati, brevetti, marchi. L'accumulazione di capitale ha però un limite: oltre un certo punto, ogni unità aggiuntiva produce sempre meno.</li>
<li><strong>Ricerca e Sviluppo (R&amp;S):</strong> l'investimento che genera nuove tecnologie e sposta in avanti la frontiera del possibile. Gli Stati Uniti spendono in ricerca e sviluppo il 2,8 per cento del PIL, l'Europa più sviluppata circa il 2,2 per cento, la parte orientale dell'Unione l'1,1 per cento. Il divario in ricerca si traduce quindi in divario di produttività. Il rapporto Draghi del 2024 ricorda che fra le prime cinquanta aziende tecnologiche al mondo solo quattro sono europee. Le idee generano inoltre forti esternalità positive su fornitori, clienti, imprese vicine, facendo evolvere l’intero comparto. In queste statistiche, l’Italia copre oggi sempre una posizione in coda all’UE.</li>
<li><strong>Capitale umano:</strong> ovvero le competenze della forza lavoro. Più anni di istruzione, più formazione continua sul lavoro, più competenze tecniche, significano maggiori abilità e quindi più valore aggiunto generato per ogni ora lavorata. Il capitale umano richiede investimenti pubblici e privati distribuiti su decenni e ampia scala. Quando un Paese non remunera adeguatamente le competenze, i lavoratori formati tendono a spostarsi verso le economie che le valorizzano meglio. In Italia il cosiddetto <em>Brain Drain</em>, cioè la fuga di persone formate e qualificate all’estero, è maggiore di economie vicine.</li>
<li><strong>Efficienza allocativa:</strong> l'efficienza con cui le risorse vengono allocate fra imprese, settori e territori. Un'economia sana deve permettere alle aziende migliori di crescere assorbendo lavoratori e capitali e a quelle peggiori di ridimensionarsi o uscire dal mercato ("distruzione creatrice" di Joseph Schumpeter). Un sistema che protegge le aziende esistenti dalla pressione della concorrenza paga il prezzo in produttività mancata. Le economie più dinamiche si distinguono per la coerenza fra queste politiche, per la rinuncia della protezione della rendita e una marcata apertura alla concorrenza. Anche in questo caso, l’Italia presenta una struttura di mercato scarsamente vocata alla concorrenza in molti settori chiave.</li>
</ul>
<p>
Nei prossimi episodi di CrescitaZero esamineremo ciascuno di questi quattro canali applicato al caso italiano: perché gli investimenti in capitale fisico e immateriale siano rimasti indietro, perché la spesa in ricerca e sviluppo sia tra le più basse d'Europa, perché il sistema educativo non riesca a trattenere i talenti che forma, e perché il tessuto produttivo italiano faccia fatica a riallocare le risorse verso le imprese più produttive.
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La stagnazione italiana ha cause precise che hanno soluzioni precise.
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    </item>
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      <title>Capire trent'anni senza crescita</title>
      <link>https://crescitazero.it/articoli/coming.html</link>
      <guid isPermaLink="true">https://crescitazero.it/articoli/coming.html</guid>
      <pubDate>Mon, 18 May 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
      <dc:creator>Lorenzo Ruffino</dc:creator>
      <dc:creator>Elia Bidut</dc:creator>
      <category>Presentazione</category>
      <description>Nasce CrescitaZero, il progetto di Lorenzo Ruffino ed Elia Bidut per capire con i dati perché in Italia la crescita si è fermata da trent'anni.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>
Un nuovo progetto — ogni due settimane — per capire perché il Paese si è fermato.
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La crescita economica in Italia si è fermata. Non è cosa di ieri, ma di almeno trent’anni di scelte rimandate, mentre gli altri Paesi, seppur con qualche difficoltà, hanno trovato il modo di superarci. Periodi di espansione ci sono stati, ma sono stati spesso reazioni a contrazioni precedenti come la Grande Recessione del 2008, la crisi dei debiti sovrani del 2012, la ripresa post-Covid del 2022. Rimbalzi tecnici, non crescita sostenuta.
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Il rallentamento non è un fenomeno solo italiano. Ma in Italia la questione è eccezionale per intensità e durata, come mostra il confronto qui sotto.
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<p><strong>L&#x27;Italia è il paese che è cresciuto meno in Europa</strong> — <a href="https://datawrapper.dwcdn.net/fV1lN/1/">Grafico interattivo</a></p>
<h2>CrescitaZero per capire che cos’è successo</h2>
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Abbiamo deciso di unire le forze su un tema che si presta poco ai post brevi e che richiede un lavoro di scavo. CrescitaZero non ha pretese accademiche, scientifiche o istituzionali. Per quelle ci sono persone e istituzioni competenti, a cui faremo ampio ricorso e a cui rimanderemo sempre con precisione. Ha però l'ambizione di guardare ai dati, alle politiche pubbliche e alle idee per capire come si può tornare a crescere. Non vogliamo dirvi come pensare. Vogliamo darvi spunti e spiegazioni per capire meglio cosa è successo, perché possiate farvi un'idea vostra.
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<p>
Parleremo di produttività e di salari, di scuola e di università, di concorrenza e di rendite, di immigrazione e di demografia, di energia e di innovazione. Tutti pezzi dello stesso puzzle. Lo faremo con un approccio ancorato ai dati, ai risultati di studi e letteratura.
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<p>
Siamo entrambi nati nel 1997. La crescita, quella vera, non l'abbiamo mai vista. In questi anni l’Italia ha attraversato una sequenza fitta di crisi. La bolla dotCom di inizio anni Duemila e la fatica dell'Italia ad agganciare la rivoluzione di internet e dell'economia digitale. La crisi finanziaria globale del 2008, partita da Wall Street e arrivata in Europa. La crisi dei debiti sovrani del 2012, quando il debito italiano sembrava non reggere più. La pandemia del 2020, il PNRR, i grandi piani di rilancio. Oggi il ritorno delle guerre alle porte dell'Europa, dei dazi e della frammentazione del commercio mondiale.
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<p>
Dietro ogni rallentamento si è trovata una giustificazione. Eppure conflitti e innovazioni tecnologiche dirompenti sono sempre esistiti. In passato l'Italia ha saputo crescere anche dentro a shock importanti. Oggi non più. Nel frattempo gli altri paesi continuano ad avanzare e noi rimaniamo indietro.
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<p>
Tornare a crescere non è un'opzione tra le tante. È l'imperativo per l'Italia e va fatto subito, in modo rapido e per un periodo prolungato.
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C'è un filo rosso che lega molti dei mali di cui il dibattito pubblico, i social, i giornali, le nostre discussioni e le nostre ansie sono pieni. Salari bassi, precarietà, costo della vita elevato, sanità sotto pressione, sostenibilità delle pensioni, ritardo tecnologico, export in difficoltà. Il fattore comune è la crescita. Senza crescita le soluzioni possibili sono solo marginali, non realmente risolutive. Il bonus del governo del momento può essere popolare, ma non è la risposta.
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<p>
Parlare di crescita è impopolare, difficile e a tratti noioso. Tornare a crescere oggi in Italia richiede una visione di lungo periodo, il coraggio di decidere, di prendere una strada e di sostenere costi politici prima di vederne gli effetti. Nell'era dell'attenzione che dura tre secondi, parlare di crescita non è un modello compatibile con la politica del consenso immediato né con i media tradizionali. CrescitaZero nasce esattamente da questo vuoto.
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<h2>Come leggere CrescitaZero</h2>
<p>
CrescitaZero esce su Substack, gratuitamente, ogni due settimane, di lunedì. Lo riceverete in aggiunta alle nostre rispettive newsletter, come uscita ulteriore. Per chi vuole avere ogni puntata sempre a portata di mano c'è anche un sito che aggrega tutti i numeri usciti. Cercheremo di rispettare la cadenza quindicinale, ma perdonateci eventuali slittamenti.
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<p>
Il primo approfondimento, per capire cos’è successo negli ultimi trent’anni, uscirà lunedì 25 maggio.
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Se volete aiutarci in questo progetto, che per noi è totalmente gratuito e volontario, condividete questa puntata ad amici, parenti, famiglia.
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<p>Grazie per la fiducia!</p>]]></content:encoded>
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