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Approfondimento

Perché lo Stato finisce per rallentare la crescita

In Italia metà del Pil passa dallo Stato. La crescita nasce dalla selezione tra imprese, ma chi governa ha interesse a proteggere chi c’è già e a bloccare la concorrenza

Questo è l'ottavo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi gli altri articoli.

Nel 2024 la spesa pubblica italiana è stata pari al 50,4 per cento del Pil, contro il 49,1 della media dell’Unione europea. Metà del Pil passa dallo Stato, come accade in quasi tutta Europa, e attraverso tasse e trasferimenti è la politica a decidere dove va quella metà. Questo episodio spiega perché, in alcuni contesti, uno Stato così esteso finisce per rallentare la crescita, anche quando ogni sua singola decisione sembra ragionevole. La questione, come si vedrà, riguarda ciò che lo Stato fa più che la sua taglia. Ci sono Stati grandi che convivono con una crescita robusta e Stati che si ritirano senza che la crescita ne soffra; a fare la differenza è se la politica lascia lavorare la selezione oppure protegge chi c’è già.

Il punto di partenza è stato presentato nel primo approfondimento della serie: nel lungo periodo un paese cresce solo se cresce la sua produttività, ed è lì che l’Italia è ferma, con una produttività del lavoro salita dello 0,3 per cento all’anno per trent’anni, un quinto della media europea. La produttività inoltre cresce dal basso. Nasce da milioni di persone e imprese che cercano di innovare per migliorare i propri prodotti, servizi ed essere più competitivi e da un mercato che seleziona quelle giuste, spostando lavoro e capitale verso chi li usa meglio. La crescita prevede un meccanismo di eliminazione: se anche le idee, prodotti e imprese meno competitive venissero sempre protette, non ci potrebbe essere un premio per i migliori. Chi governa ha però tutto l’interesse a proteggere ciò che esiste già, perché chi esiste già vota e si fa sentire.

Quasi un terzo della spesa nazionale in Italia va in pensioni, un tema che merita un episodio a parte; qui ci occupiamo dello Stato che regola, sussidia, salva e promuove.

La crescita nasce dal basso

Nessuno sa in anticipo dove si nasconde la crescita. Le informazioni che servirebbero per deciderlo esistono solo frammentate in milioni di teste, fatte di dettagli locali che cambiano di continuo, come il ristoratore che conosce la sua clientela e inventa un nuovo piatto o l’ingegnere che migliora un macchinario per renderlo più efficiente dopo anni di esperienza. Un’economia di mercato mette insieme questi frammenti di informazione attraverso i prezzi, che funzionano da segnale e insieme da incentivo: quando un bene scarseggia il suo prezzo sale, chi lo consuma ne compra meno e chi lo produce ne offre di più, senza che nessuno debba ordinarlo. Se per il nuovo piatto serve un ingrediente molto costoso - come il caviale - sarà il prezzo della materia prima e il prezzo pagato dai clienti per il nuovo piatto a determinare se l’innovazione avrà successo. Se il piatto non vende, verrà rimosso dal menù. Se vende, il ristoratore ordinerà ai suoi fornitori più caviale, e la maggiore domanda di caviale darà ai fornitori un segnale per capire che quell’ingrediente ha più mercato. I prezzi veicolano immediatamente queste informazioni. A chi governa quella conoscenza arriva invece tardi, aggregata in statistiche e filtrata da chi ha interesse a presentarla in un certo modo. Questo argomento ha una data precisa, il 1945, quando Friedrich Hayek lo fissò in un articolo sull’uso della conoscenza nella società diventato uno dei più citati della disciplina.

Il secondo ingrediente è la selezione. La produttività di un paese sale soprattutto quando lavoro e capitale si spostano dalle imprese che li usano male verso quelle che li usano bene, il che richiede che le prime possano contrarsi e chiudere mentre le seconde prosperare e crescere. È un processo costoso e a tratti doloroso, perché dietro ogni chiusura ci sono persone, ma è anche il modo in cui le risorse smettono di restare intrappolate negli usi sbagliati. Joseph Schumpeter lo battezzò distruzione creatrice, mentre Philippe Aghion e Peter Howitt, premiati con il Nobel nel 2025, ne costruirono la formalizzazione moderna mostrando che l’uscita delle imprese meno produttive conta per la crescita quanto l’ingresso delle nuove.

L’Italia questa lezione l’ha vissuta prima di studiarla, perché il miracolo economico del dopoguerra fu l’opera di milioni di piccoli imprenditori che aprivano officine e cercavano clienti, mentre lo Stato garantiva infrastrutture e stabilità. Da qui viene anche il criterio per giudicare ogni intervento pubblico a favore dell’allocazione delle risorse: tiene aperto il processo di selezione oppure lo inibisce? Tutto ciò che facilita l’ingresso di nuovi concorrenti e l’uscita di chi non regge la competizione aiuta la crescita, tutto ciò che protegge le posizioni esistenti la frena.

Quanto conta la dimensione dello Stato per la crescita

Una rassegna pubblicata nel 2011 sul Journal of Economic Surveys riordinò decenni di studi sul legame tra dimensione dello Stato e crescita, trovando che nei paesi ricchi un aumento della spesa pubblica di dieci punti di Pil si associa a una crescita annua più bassa tra mezzo punto e un punto percentuale. Gli stessi autori misero in guardia dal leggere il numero come una legge causale, perché i paesi crescono e spendono per ragioni intrecciate, oppure in base al ciclo economico. Nei paesi poveri la relazione si rovescia, perché dove mancano tribunali e strade ogni punto di Stato in più costruisce le fondamenta della crescita. La formulazione più bilanciata è quella del rendimento decrescente: in un paese dove metà del reddito passa già dallo Stato, l’ultimo punto di spesa rende poco e costa molto in distorsioni.

La stessa rassegna notò poi che i paesi ad alta tassazione con tassi di crescita dell’economia sostenuti, come quelli nordici, compensano il peso dello Stato sull’economia nazionalecon mercati tra i più liberi e concorrenziali del mondo per aprire un’impresa, assumere, licenziare e commerciare. A discriminare, più di quanto lo Stato preleva, è quanto lasci operare la selezione e come corregge i conti quando deve. Su questo secondo punto la ricerca più sistematica sta in Austerità, il libro in cui Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi ricostruirono circa 170 piani di risanamento in sedici paesi OCSE tra il 1981 e il 2014, trovando che una correzione dell’1 per cento del Pil fatta con le tasse riduce il Pil di circa 2 punti in modo duraturo, mentre la stessa correzione fatta con tagli di spesa costa al massimo mezzo punto e l’effetto svanisce entro due anni, perché le imprese vi leggono tasse future più basse e tornano a investire, contribuendo a riattivare la crescita. Gli autori avvertono che i loro numeri non dicono nulla sulla dimensione giusta dello Stato; dicono invece come si corregge una spesa eccessiva dello Stato, che è la domanda giusta. L’Italia e l’Irlanda lo hanno mostrato nello stesso quinquennio. Tra il 2010 e il 2014 l’Irlanda fece una correzione da 15 punti , quasi tutta di spesa, ed ebbe una recessione che gli autori definiscono lieve nonostante il crollo delle sue banche, mentre l’Italia ne fece una da 6 punti, per il 55 per cento di tasse, ed ebbe tre anni di recessione.

La Svezia è il caso che contiene tutte le lezioni, ricostruito in un lungo reportage del Wall Street Journal di maggio. Divenne il terzo paese più ricco d’Europa in un secolo, fino al 1970, con uno Stato leggero; poi i governi socialdemocratici alzarono bruscamente tasse e spesa, il perimetro pubblico sfiorò il 70 per cento del Pil e arrivarono due decenni di crescita debole e redditi fermi, chiusi dalla crisi bancaria dei primi anni Novanta. Da lì partirono le riforme, con tagli ai sussidi e la privatizzazione della gestione dei servizi. Oggi la spesa sociale svedese vale il 24 per cento del Pil come negli Stati Uniti, contro l’oltre 30 di Francia e Italia, e l’economia cresce attorno al 2 per cento l’anno, il doppio di Francia e Italia..

Il tratto più istruttivo è dove lo Stato svedese è rimasto grande e dove si è fatto leggero. L’Economist ha descritto ad agosto il paese come big-state libertarians, con l’aliquota fiscale massima al 52 per cento, spesa pubblica vicina a metà del Pil, 480 giorni di congedo parentale e i controlli sugli affitti più estesi del mondo ricco, ma anche datori di lavoro liberi di assumere e licenziare come in quasi nessun altro paese europeo, nessuna imposta di successione, nessun salario minimo per legge e un terzo dei diplomati usciti da scuole non statali. Il risultato è un paese con il 50 per cento di miliardari per abitante in più degli Stati Uniti. Lo Stato ha smesso di gestire e ha continuato a finanziare: quasi metà delle cliniche di base e una scuola superiore su tre sono affidate a privati, con i soldi pubblici che seguono il paziente e lo studente, mentre la spesa sanitaria pro capite cresce dell’1 per cento l’anno in termini reali, metà del ritmo britannico e un terzo di quello americano secondo l’OCSE. Nel campione di Austerità la Svezia è l’unico paese che i conti non li ha mai corretti con le tasse. Non significa che l’Italia debba copiare la Svezia, ma ci indica quali leve sono state azionate o inibite pur mostrando tassi di crescita elevati, il problema che invece attanaglia l’Italia da trent’anni.L’Irlanda è il caso più discusso dalla letteratura economica e insegna a diffidare delle versioni semplici. Nel 1980 lo Stato irlandese spendeva il 54 per cento del Pil, tredici punti più dell’Italia. La prima correzione, tra il 1982 e il 1986, fu fatta quasi tutta con le tasse e fu recessiva, con una crescita pro capite allo 0,7 per cento l’anno contro il 2 della media europea e il debito salito dal 74 al 107 per cento del Pil. Dal 1987 il governo cambiò strada e tagliò la spesa dal 53 al 42 per cento del Pil in tre anni e il disavanzo da 10,5 a 2,6 punti; la crescita ripartì subito. Il caso divenne il manifesto dell’austerità che espande. Trent’anni di studi lo hanno però in parte ridimensionato: nel 1987-88 consumi e investimenti privati non esplosero, la ripresa fu trainata dall’export dopo la svalutazione del 1986 e dal boom britannico, l’occupazione restò ferma e la disoccupazione scese soprattutto perché 44 mila persone emigrarono nel solo 1989. Resta il punto su cui quasi tutti concordano, cioè che il risanamento fu la condizione necessaria della ripresa, che poi arrivò per altre vie.

Quelle vie dicono di più sul ruolo dello Stato. Tra il 1982 e il 2000 la spesa pubblica irlandese passò dal 57 al 31 per cento del Pil; alla fine del secolo l’Irlanda spendeva quindici punti meno dell’Italia. Nessuna delle fonti che hanno studiato la Tigre celtica attribuisce però il boom al taglio in sé. L’OCSE scrisse nel 1999 che il consolidamento “può non essere stato potente quanto alcuni hanno sostenuto” e indicò come causa principale la strategia di attrazione delle multinazionali, con la tassa al 10 per cento sul manifatturiero e un’agenzia pubblica che sceglieva i settori da far entrare, farmaceutica e informatica in testa; lo studio di riferimento di Brookings - un noto think tank conservatore - concluse nel 2002 che non ci fu alcun ingrediente magico, solo molte più persone al lavoro. Lo Stato irlandese si ritirò dalla spesa e restò attivissimo nello scegliere i settori su cui puntare e li scelse ad alta produttività. Con due avvertenze. Il Pil irlandese è gonfiato dai profitti delle multinazionali, tanto che nel 2000 il reddito nazionale valeva l’86 per cento del Pil; e un vantaggio fiscale funziona proprio perché l’Irlanda pesa l’1 per cento dell’economia dell’euro. La dimensione, insomma, conta come moltiplicatore di occasioni, perché più risorse passano dalla politica e più occasioni ha la politica di usarle per proteggere qualcuno. Cosa ne faccia dipende dai suoi incentivi.

Chi governa protegge chi c’è già

Abbiamo visto finora che gli Stati possono influenzare pesantemente le possibilità di crescita di una nazione. Ora ci focalizzeremo però sulle modalità con le quali decisioni e policy promosse dagli Stati possono rappresentare un freno alla crescita, soprattutto in Italia. In questo spazio, ci focalizzeremo su tre leve prevalenti: la protezione di chi è già presente nel mercato; l’impedimento all’ingresso o all’uscita da un mercato; o fornendo incentivi o supporto deliberato alterando le dinamiche di mercato.

Partiamo dal primo: la protezione. Nel 2018 gli Stati Uniti imposero dazi sull’acciaio per difendere le acciaierie dalla concorrenza estera. Funzionò, nel senso più stretto della parola, perché la siderurgia creò circa 8.700 posti di lavoro. Il Peterson Institute calcolò però che i prezzi più alti sarebbero costati alle imprese americane che l’acciaio lo comprano circa 5,6 miliardi di dollari l’anno, cioè 650 mila dollari per ogni posto creato, molte volte lo stipendio di chi quel posto lo occupava. Nei settori a valle, trovò poi uno studio della Federal Reserve, i posti persi superarono quelli guadagnati. Un intervento che distrugge più di quanto crea resta in piedi per una ragione precisa. Gli 8.700 assunti sanno chi ringraziare e abitano in città precise, mentre i milioni che pagano il conto, spalmato in piccoli rincari su ogni automobile e ogni lavatrice, non se ne accorgono nemmeno; chi poi avrebbe aperto un’impresa senza quella protezione, o ci sarebbe entrato a lavorare, non sa neppure di essere stato danneggiato.

Questa asimmetria rende la protezione un ottimo investimento per chi la riceve: le imprese che fecero pressione per ottenere uno sgravio fiscale americano del 2004 ricavarono 220 dollari di tasse risparmiate per ogni dollaro speso in attività di lobbying. Con rendimenti simili, per un’impresa matura difendere la propria rendita rende più che innovare, finché la protezione regge. I fallimenti privati restano temporanei perché la concorrenza li espelle, mentre i programmi pubblici che falliscono restano in piedi, difesi dal gruppo che ne beneficia con più energia di quanta ne abbia chiunque altro per smontarli. Su questi meccanismi James Buchanan costruì la scuola della public choice, che gli valse il Nobel nel 1986, e Mancur Olson spiegò perché i gruppi piccoli e organizzati battono quelli grandi e dispersi.

La paura elettorale dei tagli, che tiene in piedi tutto questo, è in gran parte infondata. Gli autori di Austerità contarono le diciannove elezioni cadute dentro i dieci risanamenti più grandi del loro campione e trovarono che il governo cambiò in sette casi, il 37 per cento, contro il 40 per cento di tutte le elezioni dello stesso periodo. Chi taglia viene punito quanto chiunque altro. Il problema sta dentro il governo, dove un aumento di tasse costa politicamente a tutto l’esecutivo mentre un taglio costa a un solo ministero, che lo combatte con le informazioni che controlla. Così si finisce per tassare o per rinviare. Chi rinvia fino alla crisi scopre che un taglio ben disegnato richiede mesi mentre l’Iva si alza con un voto.

L’Italia ne conserva un archivio completo, di cui lo stesso libro ricostruisce la genesi. Negli anni Settanta lo Stato accomodò le richieste salariali con stipendi pubblici alti che tirarono quelli privati, poi, per evitare la disoccupazione, sussidiò le imprese e le protesse dalla concorrenza, con le quote sulle auto giapponesi e i contratti pubblici, mentre il peso delle aziende pubbliche nell’economia raddoppiava dal 12 al 20 per cento tra il 1963 e il 1979. Ugo La Malfa chiamò la spesa pubblica “cemento a presa rapida del consenso”. Alitalia è costata ai contribuenti tra i 7,4 miliardi di euro calcolati da Mediobanca per il periodo 1974-2014 e i 13,4 miliardi delle stime che includono gli ultimi interventi. Ogni intervento fu annunciato come un ponte verso il rilancio; il ponte è diventato la destinazione.

La cassa integrazione mostra la stessa deriva da assicurazione a protezione permanente. Nel 2025 l’hanno usata 49 mila imprese e 1.460 di loro l’hanno usata in tutti e dodici i mesi dell’anno. La regola prevede un massimo di 24 mesi in cinque anni, ma le deroghe per le aree di crisi vengono rifinanziate ogni anno dal 2016 senza una scadenza; in Germania la durata ordinaria è di 12 mesi e la deroga eccezionale, con la data di fine scritta nella legge, arriva al livello che da noi è la regola. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla Review of Economic Studies, costruito sui microdati dell’INPS, misurò l’effetto: finché il sussidio dura l’occupazione dei lavoratori protetti regge, mentre nei due anni successivi alla fine del trattamento la loro probabilità di avere un lavoro crolla di circa 20 punti percentuali. Lo stesso studio trovò che ogni punto in più di lavoratori in cassa in un mercato locale toglie quasi un punto di occupazione alle imprese sane della stessa zona. La protezione dura quanto dura il sussidio e il conto lo pagano anche le imprese che non la usano.

Lo Stato seleziona male anche quando le imprese le possiede. Uno studio della Banca d’Italia sui bilanci di oltre un milione di imprese confrontò le società pubbliche locali con private simili per settore e caratteristiche, trovandole meno produttive di circa l’8 per cento, un divario che sale al 15 per cento quando la proprietà pubblica è totale. Il censimento del MEF sui dati 2023 conta 196 società partecipate in perdita per almeno quattro degli ultimi cinque esercizi; per tre partecipazioni su quattro in queste società le amministrazioni hanno dichiarato di voler mantenere senza alcun intervento. Nel 2014 un programma del governo propose di ridurre le partecipate locali da 8.000 a 1.000 in tre anni; tra il 2012 e il 2022 il loro numero è sceso del 2 per cento.

Chi può entrare e chi no

L’altra faccia della protezione è impedire l’ingresso ai nuovi concorrenti. In Italia succede soprattutto nei servizi, dove gli indicatori OCSE sulla regolazione dei mercati collocano il paese trentaquattresimo su 38 economie analizzate per barriere all’ingresso, mentre per leggerezza degli oneri amministrativi è sesto. Ciò significa che le regole presenti oggi per chi produce sono leggere, mentre quelle che influenzano le decisioni di apertura o ingresso in un mercato sono pesanti. Nel dibattito si sente spesso che l’Italia sarebbe il paese con più leggi d’Europa; quel conteggio in realtà non esiste, in nessun paese, e quello che si misura è il peso delle regole sulle decisioni delle imprese. Su questo la ricerca è netta. Uno studio su quarant’anni di dati francesi trovò che le tutele che scattano alla soglia dei 50 dipendenti riducono l’innovazione aggregata del 5,4 per cento, con le imprese che smettono di crescere appena sotto la soglia per evitarle. C’è inoltre un secondo aspetto da considerare: la presenza diretta di imprese pubbliche in settori chiave. Dove c’era un monopolio pubblico oggi spesso c’è ancora un campione nazionale. Nel 2023, le imprese a controllo pubblico erano 3.546, con 600 mila addetti, metà dei quali in società controllate dal ministero dell’Economia, e producevano il 69 per cento del valore aggiunto nell’energia elettrica e nel gas e il 57 per cento in acqua e rifiuti, secondo l’Istat.

Nei servizi pubblici locali la protezione ha la forma dell’affidamento diretto e della proroga. Nel trasporto pubblico locale la gara è usata in meno di un caso su cinque e oltre l’80 per cento delle gestioni è in proroga, secondo uno studio della Banca d’Italia che trova società in perdita nel 13 per cento dei casi in Italia, nel 3 al Nord e nel 26 al Sud. Dove invece si fa la gara la produttività è più alta, come mostra un confronto su 77 imprese di trasporto locale in nove paesi europei. Lo studio della Banca d’Italia sulle partecipate trova che nei settori esposti alla concorrenza il divario di efficienza tra imprese pubbliche e private si annulla, finché la quota pubblica resta sotto il 30 per cento. La protezione, qui, è la rendita di chi gestisce un servizio senza che nessuno possa chiedere di farlo al suo posto.

Dove la concorrenza è stata lasciata entrare i risultati si sono visti in fretta. Sull’alta velocità l’arrivo di Italo nel 2012 ha abbassato il prezzo medio dei biglietti del 41 per cento e fatto crescere i passeggeri del 78 per cento in cinque anni, secondo un’analisi commissionata dallo stesso operatore ma in linea con gli studi accademici, che trovano i due operatori a competere su prezzi e frequenze e le compagnie aeree costrette ad abbassare le tariffe dove incontrano il treno; sulla Milano-Roma il treno è passato dal 36 al 70 per cento degli spostamenti. Nelle telecomunicazioni, il primo grande mercato liberalizzato, l’ex monopolista ha perso terreno anno dopo anno fino a vendere la rete nel 2024, mentre i prezzi dei servizi di comunicazione sono scesi del 30 per cento in dieci anni, più che nel resto d’Europa, secondo l’Agcom. Sono gli stessi settori dove lo Stato aveva un campione da proteggere; la differenza è che lì ha smesso di proteggerlo.

Il caso che tocca più persone resta la casa. È anche il più scivoloso, perché sui prezzi delle abitazioni pesano molte cose insieme, ma il meccanismo di base è semplice: una casa nuova aiuta anche chi non la comprerà mai, perché chi ci si trasferisce libera un alloggio meno caro e la catena arriva fino ai quartieri più poveri. Uno studio americano trovò che ogni cento alloggi nuovi ne liberano tra 45 e 70 nei quartieri sotto la mediana dei redditi; attorno ai palazzi appena costruiti gli affitti scendono di circa il 6 per cento; ad Auckland, otto anni dopo aver permesso di costruire più denso, gli affitti erano più bassi del 23 per cento rispetto alle città rimaste ferme. Bloccare le costruzioni è quindi una protezione in piena regola, la più popolare di tutte, perché in Italia tre famiglie su quattro possiedono la casa in cui vivono e un palazzo nuovo abbassa il valore della loro; chi resta fuori sono i giovani, la cui quota della ricchezza nazionale è scesa dal 13 al 4 per cento in trent’anni, e le famiglie povere, in affitto in un caso su tre. Il conto per la crescita arriva quando le persone non possono più trasferirsi dove sarebbero più produttive. Due economisti americani stimarono che l’eccesso di regole edilizie costi agli Stati Uniti circa il 2 per cento di Pil l’anno.

Il settore sbagliato

Infine, gli stessi incentivi orientano lo Stato anche quando promuove deliberatamente invece di proteggere, alterando la normale situazione di mercato.. Il turismo è il settore che la politica italiana celebra di più, il petrolio d’Italia del dibattito pubblico, e il conto satellite dell’Istat dice cosa si sta celebrando: un contributo diretto del 5 per cento del Pil, che sale al 9,6 contando anche gli effetti indiretti, il 14 per cento delle posizioni lavorative, un valore aggiunto per addetto di 99 mila euro contro i 142 mila della media nazionale e redditi più bassi di un terzo. Negli ultimi vent’anni il valore aggiunto del settore è cresciuto dello 0,8 per cento l’anno con ore lavorate cresciute del doppio, il profilo di un settore che si espande aggiungendo lavoro mentre la produttività ristagna.

Le scelte pubbliche seguono la celebrazione. Nel 2023 il ministero del Turismo spese circa 9 milioni di euro nella campagna Open to Meraviglia, con la Venere di Botticelli trasformata in influencer; una campagna pubblica paragonabile per la chimica o la farmaceutica non si è mai vista. Eppure è la farmaceutica a trainare l’export italiano, con 69,2 miliardi di euro nel 2025, in crescita di oltre un quarto in un anno, e un peso sul manifatturiero salito dal 5 all’11 per cento in dieci anni (una parte del balzo è corsa alle scorte prima dei dazi americani, ammette la stessa associazione di settore). La ragione della sproporzione è associabile a interessi elettorali. Le spiagge e i borghi italiani stanno in ogni collegio elettorale e ogni sindaco ha una sagra da inaugurare, mentre i poli farmaceutici sono pochi, concentrati in qualche provincia, e i voti che muovono non si vedono. L’Irlanda, che negli anni Ottanta aveva uno Stato più grande del nostro, scelse di attirare farmaceutica e informatica; è la differenza tra orientare l’attenzione pubblica verso i settori dove la produttività sale e verso quelli dove ristagna.

Il turismo resta un vantaggio vero, che porta un surplus da 20 miliardi di euro l’anno, l’1 per cento del Pil, e lavoro dove le alternative scarseggiano. Può accompagnare la crescita di un paese ricco; a guidarla sono i settori dove la produttività sale, che sono anche quelli a cui l’attenzione pubblica arriva per ultima, e dove la politica e la sua espressione governativa non ha un incentivo esplicito alla promozione e racconto.

Quello che lo Stato può fare

Il processo che genera la crescita ha bisogno di fondamenta pubbliche. Servono regole stabili applicate in tempi certi, contratti che un tribunale fa rispettare, un’autorità che impedisca ai vincitori di chiudere il mercato dietro di sé, scuole che preparino le persone a cambiare. Uno Stato grande può convivere con la crescita, come mostrano i nordici, finché fa le sue cose e lascia alla selezione le sue. Sono esattamente i compiti su cui uno Stato occupato a gestire società, sussidi, proroghe e campagne promozionali investe meno attenzione.

Questo programma l’Italia lo ha già scritto, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che tra le sue 63 riforme aveva la legge annuale sulla concorrenza, i tempi della giustizia civile, gli appalti e la semplificazione delle autorizzazioni. La Corte dei conti registra che nel primo semestre del 2025 tutti i 32 obiettivi concordati con la Commissione sono stati raggiunti. È nel contenuto che si vede la differenza tra scrivere una riforma e farla. Le gare per le concessioni balneari, previste dalla prima legge sulla concorrenza, sono state rinviate per legge al 2027 e le licenze dei taxi possono crescere al massimo del 20 per cento. Le riforme che costano a qualcuno di preciso arrivano al traguardo svuotate, come prevede il meccanismo raccontato in queste pagine.

C’è poi una condizione che questo episodio ha dato finora per scontata, cioè uno Stato capace di eseguire. Due economisti che passarono in rassegna le politiche industriali avvertirono nel 2024 che queste falliscono soprattutto quando i governi tentano politiche superiori alle capacità delle loro amministrazioni e la macchina italiana parte indietro. Il 53 per cento dei dipendenti pubblici ha più di 50 anni, contro il 40 della media europea, e chi ha un’istruzione post-secondaria è il 38 per cento contro il 54; le disparità di capacità amministrativa tra le regioni sono le più ampie dell’Unione, secondo il Country Report della Commissione europea. Anche scegliere i settori giusti, richiede prima di tutto un’amministrazione in grado di scegliere.

La strada per restringere il perimetro senza lasciare macerie è nota e passa dal compensare chi perde. La Danimarca paga a chi perde il lavoro fino al 90 per cento dello stipendio per due anni e in cambio lascia alle imprese piena libertà di assumere e licenziare: protegge il reddito della persona mentre il posto resta contendibile. È l’alternativa esatta alla cassa integrazione decennale, che protegge il posto e abbandona la persona quando il sussidio finisce.

Metà del Pil che passa dallo Stato significa metà delle decisioni economiche esposte agli incentivi del consenso. La crescita si può solo coltivare, tenendo aperto il campo dove chi prova può entrare, sbagliare, chiudere e ricominciare. Ogni dazio, ogni salvataggio, ogni proroga e ogni piano regolatore che congela la città com’è sono un pezzo di quella metà che smette di selezionare e comincia a proteggere; il compito dello Stato è tenere in ordine il campo da gioco, mentre la partita che genera la crescita la giocano gli altri.

Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perché la spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse d’Europa e cosa succederebbe se riuscissimo a portarla alla media europea.